
Prezzo € 22
Formato 15.2 x 21.6 cm
Pagine 320, 72 tavole a colori fuori testo
Data di pubblicazione 13 ottobre 2026
Infine, una quarta, lunga parte in cui la scrittura da parte di Goldin, anno per anno, della biografia di Monet diventa occasione anche per ascoltare direttamente le parole dell’artista attraverso le sue lettere e le sue interviste. Qui anticipiamo la parte relativa all’ultimo anno di vita dell’artista.
1926-1927
“L’inizio dell’anno è segnato dal persistente cattivo tempo e da problemi di salute che Blanche Hoschedé individua in dolori intercostali, che però infine passano. Monet riprende il lavoro di ritocco sulle Grandi decorazioni: “Lavoro senza risparmiarmi, nonostante l’età e la debolezza che aumenta un po’ ogni giorno.” All’inizio di aprile muore Gustave Geffroy, figura fondamentale che ha accompagnato Monet negli ultimi decenni della sua vita. La notizia gli viene comunicata direttamente a Giverny da Clemenceau che trova l’artista molto affaticato: “La piccola donna, coraggiosamente, lo sostiene con il braccio.” Si riferisce a Blanche Hoschedé che dalla morte del marito è diventata il centro della casa di Giverny. In giugno si sposa Alice, figlia di Suzanne Hoschedé, mentre la salute di Claude Monet seguita a peggiorare. Un esame radiografico condotto dal dottor Rebière non lascia più alcuna speranza per il padre dell’impressionismo, malato al polmone sinistro.

Claude Monet e Blanche Hoschedé-Monet a Giverny (fotografia del 1926 di Thérèse Bonney / Parigi, Bibliothèque historique de la Ville de Paris (BHVP) – The Bancroft Library, University of California, Berkeley / Thérèse Bonney / BHVP / Roger-Viollet)
È bella la testimonianza di Clemenceau, rimasto più o meno l’unico visitatore ammesso nella casa di Giverny: “Sapevo che era ormai perduto, e venivo tutte le domeniche a distrarlo per quanto possibile dal suo male. A dire il vero non soffriva molto. A volte aveva qualche crisi di oppressione, della quale Monet non supponeva la causa in quanto non stava a letto. Quindici giorni prima della sua morte ho pranzato ancora a tavola con lui. Mi aveva parlato del suo giardino, mi aveva raccontato che aveva ricevuto una fornitura di bulbi di gigli dal Giappone, fiore che preferiva a tutti gli altri, e che attendeva da un giorno all’altro due o tre casse di sementi molto care, ma che, fiorite, avrebbero dato delle colorazioni mirabili. Vedrete tutto questo in primavera, mi diceva, io non ci sarò più, ma si sentiva che in fondo lui non ci credeva, e che sperava proprio di esserci, in maggio, per godere dello spettacolo.”
Quando Claude Monet, il 5 dicembre 1926, è domenica, lascia questa terra il vecchio amico Clemenceau, giunto in fretta da Parigi, gli è accanto. L’emozione gli renderà difficile, il giorno del funerale, arrivare dalla casa di Monet fino alla tomba e dovrà fermarsi a mezzo del cammino, atteso dal suo autista. Ma poi proseguirà, gli occhi erano pieni di lacrime. Senza entrare nella chiesa di santa Radegonda, come il pittore aveva voluto, la bara viene deposta nella tomba, sotto una grande lastra bianca. Così è ancora oggi. All’ombra di un grande albero, tutta la famiglia insieme sotto quel bianco. Camille a vegliare su tutti loro, alta sul ciglio della Senna, più lontana, lei rimasta a Vétheuil.
Nelle settimane successive i 22 pannelli con le Grandi decorazioni vengono trasferiti al Louvre per essere fotografati e per la foderatura. La loro installazione all’Orangerie cade nella primavera del 1927 e a metà maggio avviene l’inaugurazione ufficiale e l’apertura al pubblico. Quasi cento metri di pittura che si spalancava su uno spalto d’immenso. Un anno dopo, Clemenceau vi torna: “Sono andato ieri all’Orangerie, non c’era assolutamente nessuno.” Ci vogliono decenni prima che quella donazione incontri i favori del pubblico. Oggi invece le folle si accalcano ogni giorno. Del resto, la figura di Monet dopo la sua morte un poco sbiadirà e avrà bisogno di tempo prima di essere riscoperta e riportata alla luce vera dell’amore e della conoscenza.”