Van Gogh. I colori della vita

Padova, Centro San Gaetano
10 Ottobre 2020 - 11 Aprile 2021

4. Il postino Roulin e la sua famiglia
di Marco Goldin

(Prosegue con questa quarta puntata, ogni prima domenica del mese fino a ottobre, la pubblicazione di alcune storie, appositamente scritte da Marco Goldin, dedicate a nove tra le opere più belle di Vincent van Gogh che saranno comprese nella grande mostra Van Gogh. I colori della vita)


“L’uomo è un ardente repubblicano e un socialista, ragiona bene e sa molte cose”, scriveva Van Gogh in una lettera a proposito del cosiddetto postino Roulin, che in realtà era impiegato come “smistatore della posta” nella stazione ferroviaria di Arles. Quella stazione dove Vincent potrebbe averlo conosciuto nei tanti momenti in cui andava a consegnare le sue lettere da spedire. Piuttosto che nel Café de la Gare dei coniugi Ginoux, visto che Joseph-Etienne Roulin era “un grande bevitore”, al pari di uno dei miti di Vincent, il pittore marsigliese Adolphe Monticelli.

Sia come sia, ed essendo sempre stata una delle sue maggiori ambizioni quella di diventare un grande pittore di ritratti e figure, la difficoltà che Van Gogh trovò ad Arles nel rintracciare modelli per sé venne mitigata dalla conoscenza che egli fece della famiglia Roulin, a partire dalla fine di luglio 1888. Conoscenza dalla quale nacquero venticinque tra dipinti e disegni, facendo così diventare i membri di quella famiglia i volti maggiormente raffigurati in tutta la sua opera. Con un sola eccezione, il suo volto, che portò a quasi quaranta autoritratti.

La conoscenza tra Van Gogh e Roulin si trasformò presto in vera amicizia, che si espresse anche in una autentica vicinanza di Joseph a Vincent nelle difficili settimane tra fine 1888 e inizio 1889, in occasione del ricovero in ospedale in seguito al taglio dell’orecchio. Un senso di grande malinconia prese Van Gogh quando Roulin fu trasferito a Marsiglia, prima della fine di gennaio del 1889. Il rapporto continuò in forma epistolare, anche quando l’artista olandese si trasferì nella casa di cura a Saint-Rémy.

Joseph Roulin fece conoscere a Vincent tutta la famiglia, formata dalla moglie Augustine, allora trentasettenne, dal figlio maggiore Armand, diciassette anni, da Camille, undici anni, e da Marcelle, nata l’ultimo giorno di luglio del 1888. Van Gogh ammirava quella famiglia perché certamente riproduceva l’immagine di famiglia che egli stesso avrebbe voluto costruirsi. Tentativi che avevano però portato al più totale fallimento. L’arrivo dell’ultima nata aveva toccato il cuore del pittore, per il quale un evento simile aveva sempre rappresentato qualcosa di meraviglioso.

Non va dimenticato che quando nel 1882, all’Aia, aveva cercato di costruire un proprio, pur particolare, nucleo familiare con la prostituta Sien e i suoi figli, aveva scritto così: “È un’emozione forte e possente quella che prende un uomo quando egli siede vicino alla donna amata con un bimbo nella culla accanto a loro. È sempre l’eterna poesia della notte di Natale, con il bambino nella stalla – una luce nel buio, una stella nella notte scura”. Quando tra fine novembre e inizio dicembre 1888 Van Gogh mise mano a molti ritratti dei Roulin, può avere contato anche il fatto che Gauguin, che viveva con lui nella Cassa Gialla ormai da un mese e mezzo, lo avesse messo a parte di certe sue malinconie riguardo alla famiglia lontana e ai figli che non vedeva mai, soprattutto l’amata Aline.
Per seguire dunque il percorso della vita e dell’arte di Vincent van Gogh ad Arles, la mostra si sofferma anche su alcuni dei ritratti da lui eseguiti ai Roulin. Due dei quali – quello quasi fluorescente di Joseph, nel suo giallo assoluto e quello meraviglioso e come di presentazione su una soglia di Armand – realizzati proprio nel tempo in cui Gauguin abitava nella Casa Gialla. Cui fa seguito, ancora in mostra, una delle cinque versioni de “La Berceuse (la signora Roulin)”, che Van Gogh dipinge tra la metà di gennaio e febbraio 1889, quasi come potesse contare ancora, ritrovando quest’immagine, su un senso di protezione derivante da essa. Che è quasi un’immagine religiosa, quella archetipica della donna e della madre che emerge nelle pagine di “La Femme” di Jules Michelet, libro uscito una trentina d’anni prima: “La donna dai sentimenti prosaici, che non è un’incarnazione della poesia e dell’armonia, capace di dare forza nuova all’uomo e di allevare il bambino, in una costante santificazione e glorificazione della famiglia”.

Il motivo della donna protettrice, incarnata adesso dalla signora Roulin, era certamente collegato anche ai ricordi del Brabante natale. Nelle ripetute crisi aveva in effetti avuto il ricordo delle stanze della casa di Zundert. All’inizio di gennaio di quel 1889, quando si appresta a mettere mano alla serie con “La Berceuse”, in una lettera parla proprio dei “ricordi più lontani”, quando c’eravamo solo “la mamma e io”. L’immagine sacra della madre, della madre come consolatrice e protettrice, si materializza quindi nella moglie di Joseph Roulin.

È interessante notare come il dipingere tutti i componenti di una famiglia fosse per Van Gogh un’occasione assai diversa dal solito. Soltanto con “I mangiatori di patate”, tela realizzata nel 1885, senza modelli dal vero, pochi mesi prima di lasciare Nuenen, aveva costruito una composizione con diversi personaggi, frutto però della preventiva preparazione di più piccoli studi a olio.

Per i Roulin ebbe certamente un pensiero unitario, che poi sviluppò nei singoli ritratti, ognuno dei quali ebbe almeno una doppia versione, se non molte di più se pensiamo a Joseph e a sua moglie. Van Gogh si dimostrò interessato all’uso di colori di forte impronta sulla tela, assoggettati al contrasto tra i complementari di modo da offrire quella sua sempre inesausta espressività del colore. Un colore mai inutile e mai banale, ma ogni giorno, ogni ora, necessitato. Un tipo di ritratto un po’ alla Daumier, pittore che Van Gogh stimava molto per la sua capacità di andare oltre la fisionomia delle persone e catturare l’essenza di un volto.