Van Gogh. I colori della vita

Padova, Centro San Gaetano
10 Ottobre 2020 - 11 Aprile 2021

3. Campi di grano e il seminatore
di Marco Goldin

(Prosegue con questa terza puntata, ogni prima domenica del mese fino a ottobre, la pubblicazione di alcune storie, appositamente scritte da Marco Goldin, dedicate a nove tra le opere più belle di Vincent van Gogh che saranno comprese nella grande mostra Van Gogh. I colori della vita)


Quando arriva ad Arles, sul finire di febbraio 1888, Van Gogh trova una situazione artistica che poco ha a che fare con il suo desiderio, e ancor di più la sua necessità, di essere il pittore dell’avvenire. I luoghi arlesiani servono piuttosto come fondale per una racconto pittorico convenzionale. Soprattutto il cimitero di Les Alyscamps è l’ideale punto di appoggio per una resa romantica della vita locale. Vincent vide subito immagini di questo tipo, come quella di un giovane che attendeva la sua innamorata nella luce del tramonto proprio a Les Alyscamps.

La rappresentazione del Sud che Van Gogh aveva in mente si scontrava con questo tipo di imagerie e soprattutto con quella costruita da un giovane pittore, Joseph Belon, originario di Alès, una cittadina a nord di Arles. Negli stessi giorni in cui Van Gogh dipingeva i suoi infiammati campi di grano nella pianura della Crau, con la figura del seminatore oppure con quelle di un uomo e una donna che stavano vicini in mezzo a quel giallo, Belon accennava a un uomo e una donna ugualmente vicini, ma in un contesto completamente diverso.

L’assoluta modernità dei quadri di Van Gogh si specchiava nel gusto dell’ancora trionfante Salon, da cui del resto lo stesso Belon proveniva. Nel suo desiderio di raccontare un episodio di vita locale, all’ingresso degli Alyscamps, egli tratteggiava la figura di un giovane arlesiano che cercava di scusarsi con la fidanzata gelosa di lui. Sul fondo, sotto l’arco di Saint-Césaire toccato dalla luce del sole, continuava il ballo tradizionale della farandola, con le donne nei loro caratteristici abiti dei giorni di festa. Arles era dunque quanto dipingeva Van Gogh e ugualmente quanto dipingeva Belon. Per questo la mostra vi si accosterà, per segnare la distanza infinita che separava i due mondi. Quello accomodante e romantico del Salon e quello tormentato ed essenziale, squamato di luce e colore, di Vincent van Gogh.

E l’esposizione si sofferma su quelle due settimane, nella seconda metà di giugno del 1888, quando l’artista è reduce dai cinque giorni trascorsi a Les-Saintes-Maries-de-la-Mer: “Adesso che ho visto il mare, sono assolutamente convinto dell’importanza dello stare nel Sud, esagerando con il colore”. Dopo avere abbandonato il pensiero di Saintes-Maries, dove in realtà immaginava di tornare, Vincent annuncia a Theo, in una lettera del 12 giugno, che sta lavorando a due disegni di campi di grano, “verdi e gialli”, e che sta cominciando a rifarli in pittura: “Sono esattamente come quelli di Salomon Koninck – sai, l’allievo di Rembrandt che dipinse vaste e distese pianure”.

Sono i campi di grano, in una serie di sette, realizzati nella pianura della Crau nella seconda metà di giugno del 1888, e interrotti da piogge torrenziali tra il 20 e il 23. Talvolta con le Alpilles sullo sfondo, raramente con la città, mescolando la parte antica con la ferrovia e i segni della prima industrializzazione, come peraltro avviene nella versione in mostra proveniente dal Musée Rodin di Parigi. Si reca addirittura una cinquantina di volte tra La Crau e Montmajour, dove esperimenta proprio il senso delle distese pianure e dell’infinito che lo riporta alla memoria dei campi dipinti dai grandi olandesi del XVII secolo, da Van Ruisdael appunto a Koninck.

L’indicazione inaugurale dell’abbazia di Montmajour, dalla quale si domina la pianura con i campi e i vigneti in basso, è contenuta in una lettera a Theo dell’inizio di marzo, quando compie le prime perlustrazioni nel territorio attorno ad Arles. Scrive di “una abbazia in rovina su una collina coperta di agrifoglio, pini e uliveti”. Ci torna per una nuova passeggiata e qualche disegno a fine maggio, subito prima di partire per il Mediterraneo. È un panorama quasi romantico e pittoresco, quello che emerge dai disegni della pianura e di Montmajour. La Crau venne bonificata e poi coltivata nell’Ottocento, specialmente con vigneti, uno dei quali, bellissimo nel suo cielo azzurro e nel verde in basso, e ugualmente presente in questa mostra, Van Gogh dipingerà a inizio ottobre. Si trattava di una delle tele atte a decorare la stanza di Gauguin, il cui arrivo era ormai imminente.

Van Gogh nota come il paesaggio sia diventato assai diverso rispetto alla primavera, ma non per questo sente meno amore verso di esso. E quasi si esalta nel ricordare a sé stesso come stia riuscendo a rendere i toni aspri e severi della Provenza così come li rendeva, non lontano da lì, Cézanne a Aix. Il colore è acceso, vibrante, ma vi si sente il senso di un’intimità che ci consegna gli esiti del rapporto tra l’anima del pittore e l’anima della natura. E questo mentre dipingeva “nel mezzo dei campi di grano, in pieno sole”. In una lettera a Émile Bernard del 19 giugno, prima delle piogge, specifica molto bene questa sua condizione: “Quanto a me, mi sento molto meglio qui di quanto non mi sentivo nel Nord. Lavoro anche nel mezzo del giorno, sotto un sole cocente, senza alcuna ombra, nei campi di grano e godo di tutto questo come una cicala”, indicando poi tutti i toni e i mezzi toni del giallo che riesce a rendere nella pittura. È un’esaltazione suprema, davanti e dentro quel colore che forgerà la sua opera da qui in avanti e che troverà nella celeberrima versione del Seminatore, presente in mostra, il suo acme.

Si lamenta infine della stanchezza che lo coglie dopo una giornata nel sole e nei campi, e quasi si spaventa per quanto “velocemente, velocemente, velocemente e d’incanto” questi quadri vengano realizzati. Ma poi, riflettendo in una lettera a Theo del 29 giugno, quindi a serie conclusa, dice che se i quadri sono stati eseguiti rapidamente, e che per questo qualcuno lo critica, essi nascono da una lunga elaborazione precedente nel pensiero. E paragona la sua difficoltà a quella dei falciatori che fanno nel sole il loro lavoro, istituendo una relazione, che lo rende felice, tra la vita artistica e la vita reale.