Van Gogh. I colori della vita

Padova, Centro San Gaetano
10 Ottobre 2020 - 11 Aprile 2021

1. Autoritratti a Parigi
di Marco Goldin

(Inizia con questo testo la pubblicazione di alcune storie, appositamente scritte da Marco Goldin, dedicate a nove tra le opere più belle di Vincent van Gogh che saranno comprese nella grande mostra Van Gogh. I colori della vita)


Vincent van Gogh arriva in treno da Anversa a Parigi l’ultimo giorno di febbraio del 1886. Inaspettato. Con un biglietto che gli fa portare nell’appartamento dove viveva, dà appuntamento per mezzogiorno al fratello Theo, nella Salle Carré del Louvre. È l’inizio di un’avventura nella capitale francese che durerà esattamente due anni. Vincent infatti lascerà la città nel primo pomeriggio del 19 febbraio 1888. Tra l’altro, dopo una visita fatta, assieme a Theo, a Georges Seurat, nella mattina dello stesso giorno. Era il rendere omaggio, prima di partire per la Provenza e verso la luce del Sud, al pittore che più di ogni altro aveva scosso dalle fondamenta l’arte impressionista.

L’arrivo di Van Gogh a Parigi significava dare sostanza al suo desiderio di conoscere le nuove scoperte dell’arte moderna. E, in ultima istanza, di essere egli stesso un rappresentante dell’arte del proprio tempo, secondo una possibile evoluzione rispetto agli anni olandesi. Vincent conosceva bene la città e vi aveva trascorso qualche giorno nel 1873 e alcune settimane alla fine del 1874. Poi aveva lavorato in galleria da Goupil per diversi mesi, tra la fine di maggio del 1875 e l’inizio della primavera dell’anno seguente, prima di essere licenziato.

Il desiderio di tornarvi si era accresciuto ad Anversa al ricevimento delle varie lettere di Theo, che gli parlava soprattutto dell’arte degli impressionisti, sui quali Vincent confessava la propria ignoranza ma anche il desiderio di conoscerli. Non aveva mai visto dal vero un dipinto impressionista fino a quel momento, poiché le prime due esposizioni del gruppo, nel 1874 e nel 1876, si erano svolte in periodi nei quali egli non era in città. Parigi poteva dunque offrire al pittore olandese la più vasta campionatura internazionale delle migliori tendenze dell’arte contemporanea. Inoltre, con i suoi atelier, poteva diventare palestra credibile anche per un avanzamento dal punto di vista tecnico, seguendo gli indirizzi della modernità.

Gli iniziali mesi parigini furono dunque per lui di ambientamento, con alcune probabili, ma non sicure, visite al Salon che quell’anno si svolse tra maggio e giugno. Poi la fondamentale visita all’ottava e ultima mostra impressionista, che ugualmente aprì i battenti tra maggio e giugno in rue Lafitte. L’esposizione era molto particolare, perché tre rappresentanti storici dell’impressionismo come Monet, Sisley e Renoir, avevano deciso di non partecipare e dunque il tradizionale paesaggio era poco o per nulla descritto. A questo faceva da contraltare il ruolo assunto da Degas, assieme a un gruppo di pittori amici, soprattutto rivolti al tema della figura.

Pissarro, il solo che non aveva mancato alcuna tra le esposizioni impressioniste dal 1874 in avanti, compariva con certi lavori nei quali mostrava di avere meravigliosamente aderito al puntinismo introdotto dai suoi giovani amici Seurat e Signac. Tra questi, il capolavoro Veduta dalla finestra, Eragny, eccezionalmente presentato in questa rassegna di Padova assieme a quadri degli stessi Seurat e Signac, che Van Gogh vide in quella e altre esposizioni tra 1886 e 1887 a Parigi. Vale di certo la menzione il capolavoro di Seurat, Spiaggia di Bas-Boutin a Honfleur, sempre compreso nella prossima mostra di Padova. L’influenza di Seurat agirà perfino su Claude Monet, il quale tra 1886 e 1888 muterà un poco la pelle della sua pittura, come uno splendido paesaggio lungo la costa di Antibes farà vedere a tutti al San Gaetano.

In una lettera dell’ottobre 1886 a Horace Mann Livens, l’amore verso l’impressionismo è dichiarato apertamente: “Ad Anversa non sapevo neppure cosa fossero gli impressionisti, mentre ora li ho visti, e anche se non sono uno di loro ho molto ammirato alcuni quadri, un nudo di Degas, un paesaggio di Monet”. Ricordando, alla fine della stessa lettera, il suo desiderio di armonizzare gli estremi del colore, “cercando di rendere dei colori intensi e non una grigia armonia”. Affascinato da tempo dalle teorie sul colore di Delacroix, poco per volta Van Gogh comprese la forza di una gamma cromatica più chiara.

In questo senso, l’insieme di autoritratti che realizza nei due anni a Parigi è una delle espressioni più piene e vere della sua rapidissima evoluzione nell’ambito di un colore nuovo. Modificando anche la percezione che Vincent aveva di sé. Realizzato nelle ultime settimane della sua permanenza lì, il celeberrimo "Autoritratto con cappello di feltro grigio" è un prestito eccezionale del Van Gogh Museum di Amsterdam, che arricchirà la mostra di Padova di un dipinto assolutamente iconico.

Si tratta della ripresa di un altro autoritratto con lo stesso cappello, realizzato pochi mesi prima. Proprio nell’accostare queste due immagini si comprende perfettamente quanto Van Gogh fosse progredito nel volgere di poche settimane. A una stesura ancora quasi piatta, succede un ritmo percussivo del colore, radiante nella sua manifestazione. Agiva sì la lezione di Seurat, ma in una misura che si allontanava dal senso perfino matematico della pittura. E invece si esprimeva nella forza di presentazione dei tratti accostati di blu e arancio, secondo lo studio sui colori complementari.

Questo effetto radiante di fondo fa emergere con veemenza il volto di Van Gogh, che pare accendersi entro un grumo disteso di luce. Non quindi il modificare quella luce, quanto farla convergere verso il punto della rivelazione. E quel punto è il volto. Ancor di più, lo sguardo allarmato. Van Gogh è pronto per prendere un treno. La sua destinazione, Arles. A respirare il giallo del grano e del sole.