Van Gogh. I colori della vita

Padova, Centro San Gaetano
10 Ottobre 2020 - 11 Aprile 2021

20. Lettera scritta il 4 maggio 1890
video della diretta Facebook del 27 aprile 2020

Saint-Rémy-de-Provence, domenica 4 maggio 1890 [lettera n. 868]

Caro fratello,
grazie della tua cara lettera e della fotografia di Jo che è molto carina e anche molto riuscita, come posa. Ecco, nel risponderti sarò il più possibile chiaro e pratico.
Prima di tutto scarto categoricamente quello che mi dici, di farmi accompagnare per tutto il viaggio. Una volta messo in treno non rischio più niente, io non sono di quelli che sono pericolosi – anche supponendo che sopravvenga una crisi – e non ci sono degli altri passeggeri nel vagone, e del resto in tutte le stazioni non sanno forse cosa fare in questi casi? Ti stai creando delle preoccupazioni che mi danno molta pena, che mi scoraggiano del tutto. Ho detto la stessa cosa al signor Peyron e gli ho fatto osservare che le crisi come quella appena avuta sono sempre seguite da un periodo di tre o quattro mesi di calma completa.
Desidero approfittare di questo periodo per cambiare – voglio cambiare a qualunque costo, il mio desiderio di partire di qui ora è assillante.
Non mi sento in grado di giudicare il modo di curare i malati di qui, non sento neanche il desiderio di entrare in particolari – ma desidero ricordarti che ti ho già avvertito circa sei mesi fa, che se mi fosse ritornata una crisi dello stesso tipo avrei desiderato cambiare istituto. E ho già tardato troppo, perché ho lasciato passare troppo tempo dopo l’attacco, ero in pieno lavoro e volevo terminare i quadri cominciati, altrimenti non sarei già più qui. Bene, ti dico perciò che credo che bastino una quindicina di giorni al massimo (otto giorni mi farebbero ancora più piacere) per prendere tutte le disposizioni necessarie per cambiare. Mi farò accompagnare fino a Tarascona – anche due o tre stazioni più in là se ci tieni; arrivato a Parigi (alla mia partenza da qui ti spedirò un telegramma), verrai a prendermi alla Gare de Lyon. E poi mi sembra consigliabile andare a trovare quel medico in campagna appena possibile, e allora potremmo lasciare i bagagli alla stazione.
Io rimarrei a casa tua non più di due o tre giorni e poi partirei per quel paese, dove comincerei col sistemarmi alla locanda.
Ecco quello che mi sembra che tu potresti fare in questi giorni, senza tardare. Scrivere al nostro futuro amico, il medico in questione: «poiché mio fratello desidera fare la sua conoscenza e preferisce consultarla prima di prolungare la sua permanenza a Parigi, spero che lei sia d’accordo che egli passi alcune settimane nel suo paese, dove verrà a fare degli studi; egli ha piena fiducia di essere compreso da lei, e crede che con un ritorno nel Nord la sua malattia regredirà, mentre con un prolungato soggiorno nel Sud il suo stato minaccerebbe di diventare più acuto.»
Ecco, tu gli scriverai in questo modo, poi gli manderemo un telegramma uno o due giorni dopo il mio arrivo a Parigi e con molta probabilità mi verrà ad aspettare alla stazione.
L’ambiente qui comincia a pesarmi più di quanto possa dirti – in fede mia ho pazientato più di un anno – ho bisogno di aria, mi sento rovinato dalla noia e dal dolore.
E poi il lavoro urge, qui perderei tempo. Perché dunque, ti chiedo, hai paura di incidenti? Non è questo che ti deve spaventare, da quando sono qui ne vedo cadere o dar fuori di senno ogni giorno. Quello che è più importante è cercare di limitare la disgrazia.
Ti assicuro che è già qualcosa essersi rassegnati a vivere sotto sorveglianza, anche se questa è simpatica, e a sacrificare la propria libertà, e a tenersi fuori dalla società, e a non avere che lavoro senza distrazioni. Tutto ciò mi ha scavato delle rughe che non si cancelleranno. Ora che questo comincia a pesarmi troppo, credo che sia più che giusto metterci un punto fermo. Ti prego perciò di scrivere al dottor Peyron che mi lasci partire, diciamo il 15 al più tardi.
Se attendessi, lascerei passare il momento buono di calma fra le due crisi, mentre partendo ora avrei il tempo necessario per conoscere il nuovo medico.
E se dopo un certo tempo ritornasse la crisi, sarebbe ormai prevista e secondo la sua gravità potremmo decidere se posso continuare a stare libero o se è il caso di sistemarmi per sempre in una casa di salute.
In quest’ultimo caso – come ti ho già detto in una delle ultime lettere – andrei in una casa dove i malati lavorano nei campi e nel laboratorio. E credo che troverei dei soggetti da dipingere ancora più di qui. Tieni presente che il viaggio costa caro, che qui è inutile stare e che ho pure il diritto di cambiare ricovero se mi piace, non è la libertà assoluta che reclamo.
Ho cercato di essere paziente, finora non ho fatto male a nessuno.
È giusto farmi accompagnare come una bestia pericolosa?
Tante grazie, io protesto. Se sopravviene una crisi, in tutte le stazioni sanno come fare e allora lascerò fare.
Ma oso sperare che il mio contegno non darà fastidio.
Ho tanto dolore di dover partire così che esso sarà più forte della pazzia; avrò perciò, oso crederlo, il contegno necessario.
Il signor Peyron dà delle risposte vaghe per sollevarsi, dice lui, della sua responsabilità, ma facendo così non ci sarà mai una fine, e la cosa si trascinerebbe e si finirebbe per urtarsi da una parte e dall’altra.
La mia pazienza è alla fine, mio caro fratello, non ne posso più, bisogna cambiare, anche in peggio.
Intanto c’è un’effettiva probabilità che il cambiamento mi faccia bene – il lavoro va avanti bene –, ho fatto due quadri dell’erba nuova nel parco, dei quali uno di estrema semplicità, eccone uno schizzo veloce.
Un tronco di pino viola rosa e poi dell’erba con dei fiori bianchi e dei fiori di radicchio, un piccolo roseto e altri tronchi d’alberi nel fondo verso l’alto della tela. Laggiù starò fuori – sono certo che la voglia di lavorare mi divorerà e mi renderà insensibile a tutto il resto e di buon umore.
E io mi lascerei andare non senza riflettere, ma senza soffermarmi a rimpiangere le cose che avrebbero potute essere.
Dicono che nella pittura non bisogna cercare niente, sperare nient’altro che un buon quadro, una simpatica chiacchierata o una buona cena come massima felicità, senza contare le parentesi meno brillanti.
Forse è vero e perché rifiutare il possibile, soprattutto se, così facendo, si dà il cambio ai periodi di malattia.
Una forte stretta di mano a te e a Jo, credo che farò un quadro per me riprendendo il soggetto della fotografia, forse non sarà somigliante, ma comunque farò del mio meglio.
Spero a presto – e da bravi, risparmiatemi quel forzato compagno di viaggio. Sempre tuo


Vincent