Van Gogh. I colori della vita

Padova, Centro San Gaetano
10 Ottobre 2020 - 11 Aprile 2021

7. Lettera del 16-20 giugno 1888 (prima parte)
video della diretta Facebook del 30 marzo 2020

Arles, tra sabato 16 e mercoledì 20 giugno 1888 [lettera n. 626]

Cara sorella,
grazie mille per la tua lettera, che ho molto desiderato. Non osavo abbandonarmi al mio umore per scriverti spesso, o per sollecitare una lettera da parte tua. Tutta questa corrispondenza non contribuisce sempre – per noi che siamo di temperamento nervoso – a salvaguardare le nostre forze quando siamo immersi talvolta in quel genere di malinconia che descrivi nella tua lettera e che anch’io provo di tanto in tanto. Un mio conoscente assicura che «la miglior cura per tutte le malattie, consiste nel trattarle con il più profondo disprezzo.»

Il rimedio contro i tracolli di cui parli non spinge, per quanto ne sappia, tra le piante medicinali conosciute. Nondimeno, in questi casi, faccio uso di grandi quantità di cattivo caffè, non perché ciò vada benissimo per una dentatura già malandata, ma perché il mio grande potere di immaginazione mi mette nella condizione di avere una fiducia, una fede (degna di un idolatra, di un cristiano, di un antropofago) nell’efficacia ricostituente del liquido sunnominato. Fortunatamente per i miei consimili, mi sono fino a oggi ben guardato dal raccomandare loro l’efficacia di questo rimedio, o di altri analoghi. Il sole di qui è tutta un’altra cosa, e tutta un’altra cosa è bere vino, fatto, per una parte almeno, con uva schiacciata.

Ti assicuro che bisogna che la nostra gente sia cieca come una talpa, stupida e colpevole, per non tenere nel massimo conto di andare a vivere nelle Indie, o altrove dove risplende il sole. Non è bene conoscere una cosa sola; si finisce con l’abbrutirsi: bisogna essere soddisfatti solo quando si conosce anche l’opposto.

Ciò che dici delle circostanze attenuanti, che esse non eliminano, ahimè!, il fatto di aver commesso atti reprensibili o di aver compromesso qualcosa, è verissimo. Pensa un po’ alla storia della nostra patria, alla nascita e alla caduta della Repubblica olandese e capirai quello che voglio dire. Non dobbiamo troppo contare sulle circostanze attenuanti che consistono nel dire che non si poteva fare diversamente ecc. È meno cristiano (nel senso debole che si dà oggi a questa parola), ma è preferibile per noi, e forse anche per gli altri. L’energia suscita l’energia e, inversamente, il nostro languore paralizza gli altri.

Viviamo adesso qui in un universo pittorico dove tutto è indicibilmente orrendo e miserabile. Le esposizioni, i negozi di quadri, tutto, tutto è accaparrato da gente che intercetta tutto il denaro. E non devi pensare che sia solo un’idea mia. Si sborsa denaro, molto denaro per acquistare opere dopo la morte del pittore. E i pittori viventi sono tenuti ai margini, brandendo come clava l’opera di coloro che non ci sono più.


Non possiamo far nulla per modificare questa tendenza. Lo so. Nell’interesse della propria tranquillità, non c’è nient’altro da fare che rassegnarsi o mettersi sotto una protezione qualunque, oppure conquistare una donna ricca, o qualcosa del genere; in caso contrario, ogni lavoro diventa impossibile. Ogni indipendenza che si speri di conquistare con il proprio lavoro, diventa irraggiungibile.

Resta il fatto che fare un quadro procura un piacere reale; detto ciò, resta anche il fatto che c’è qui, in questo momento, un’équipe di una ventina di pittori, tutti pieni più di debiti che di denaro ecc., tutti con un tenore di vita che assomiglia più a quello dei cani randagi, ma che, forse, in futuro avranno più importanza di tutto il Salon ufficiale, per ciò che concerne la fattura delle loro opere.

Il tratto distintivo più importante in un pittore, penso sia che possa dipingere. Coloro che possono dipingere, coloro che possono farlo meglio, sono la fonte di qualcosa che durerà nel tempo, che esisterà fintantoché ci saranno occhi che godranno nel vedere cose particolarmente belle.

Non smetto di rammaricarmi del fatto che non ci si possa arricchire lavorando molto e sempre di più; e che sia vero proprio il contrario. Se fosse possibile, si potrebbe fare molto di più, associarsi ad altri. Cosa non si potrebbe fare? Perché, per adesso, ognuno è prigioniero dell’occasione che ha di trovare di che brucare; siamo ben lontani dall’essere precisamente liberi.

Mi chiedi se ho inviato qualcosa ad Arti. No, certo. Solo Théo ha inviato a Tersteeg un lotto di quadri di impressionisti ed è vero che ce n’era uno mio. Ma sembra che né Tersteeg, né gli artisti – stando a quanto Théo ha sentito dire – vi abbiano trovato qualcosa di interessante.

Ciò si comprende assai bene, perché è regolarmente così. Si è sentito parlar bene degli impressionisti, se ne ha dovunque un alto concetto; la prima volta che se ne vedono i quadri, si resta amaramente delusi, si trova che siano trascurati, brutti, mal dipinti, mal disegnati, mal colorati, tutto ciò che c’è di miserabile. Del resto questa fu anche la mia impressione personale, la prima volta, quando giunsi a Parigi, pieno di idee di Mauve e di Israëls e di altri pittori pieni di talento. Quando c’è, anche a Parigi, un’esposizione dove figurano solo impressionisti, credo che la massa dei visitatori ne esca amaramente delusa, e anche indignata, esattamente come i bravi olandesi erano d’accordo, un tempo, quando, uscendo dalla chiesa, assistevano, un istante dopo, a un’arringa di Domela Nieuwenhuis o di qualche
altro socialista.

Eppure, come sai, in dieci o quindici anni, tutto l’edificio di un culto religioso nazionale è crollato, mentre i socialisti sono sempre là, e ci resteranno ancora a lungo, anche se né io né te apparteniamo in senso stretto a uno di questi due orientamenti.

L’arte di oggi, l’arte ufficiale, l’educazione artistica ufficiale, la sua gestione, la sua organizzazione sono degradate, sono tarlate, come la religione, che vediamo cadere: l’arte di oggi non durerà. Quale che sia la quantità di esposizioni, di atelier, di scuole ecc., essa non durerà, non più del commercio dei tulipani. Ma ciò non ci riguarda, non siamo né i creatori di qualcosa di nuovo, né siamo chiamati a essere i conservatori di qualcosa di vecchio.
Resta una sola cosa, ed è questa: un pittore è uno che dipinge, come il vero appassionato
di fiori è uno che ama le piante e le coltiva lui stesso, non le coltiva il mercante di tulipani.

Dunque, questa ventina di pittori chiamati impressionisti, benché qualcuno di loro sia diventato passabilmente ricco e importante nella società, per la maggior parte non sono che poveri diavoli che vivono al Caffè, alloggiano in locande da poco prezzo, vivacchiano di giorno in giorno. Ciò nonostante, in una giornata, i venti pittori di cui parlo dipingono ciò che capita loro sotto gli occhi meglio di tanti signori del mondo artistico dotati di fama e di reputazione.

Ti dico questo per farti capire quale sia il tipo di legame che mi unisce ai pittori francesi chiamati impressionisti, per dirti che conosco personalmente molti di loro e che mi piacciono.
E per dirti anche che, nella mia tecnica, ho le loro stesse idee a proposito dei colori, che già pensavo come loro tempo fa, in Olanda. Fiordalisi con crisantemi bianchi e qualche calendola, ecco un soggetto in azzurro e arancione; eliotropi e rose gialle, ecco un soggetto in lilla e giallo; papaveri o gerani rossi in un fogliame di verde solido: soggetto in rosso e verde; ecco le basi passibili di essere ulteriormente suddivise, perfezionate e completate, ma bastano per farti vedere, senza quadro, che ci sono colori che si fanno valere, che si associano, che si completano come si completano l’uomo e la donna. Svilupparti tutta la teoria sarebbe troppo lungo da scrivere, ma sarebbe una cosa da fare.

I colori, le carte da parati, che altro ancora? Bisognerebbe rendere tutto ciò un po’ più bello, tenendo conto delle leggi dei colori. Israëls e Mauve, che non utilizzano solo colori puri, che dipingono sempre nel grigio, con tutto il rispetto, con l’affetto che è loro dovuto, non soddisfano le esigenze d’oggi, in fatto di colore.

Altra cosa: uno che sa realmente suonare il violino o il piano è, mi sembra, decisamente piacevole come uomo. Prende il suo violino, si mette a suonare, e tutta una platea resta ad ascoltarlo per un’intera serata. Un pittore deve poter fare lo stesso. È per me sempre un piacere che qualcuno sia presente mentre lavoro all’esterno. Mettiamo di essere in mezzo alle messi. Ebbene, nel corso di un paio d’ore, si deve poter dipingere il campo di grano e sopra, il cielo in lontananza, e colui che assiste alla scena si guarderà bene in seguito dal parlare della goffaggine degli impressionisti e della loro cattiva fattura. Capisci? Sono rari, oggi, coloro che si interessano alla pittura tanto da tenerci compagnia; ma, quando ciò accade, sono talvolta completamente rapiti e perfino entusiasti.

Metti a confronto questa situazione con coloro che hanno bisogno, in atelier, di mesi, forse più, per fare qualcosa che, alla fin fine, è troppo spesso solo qualcosa di insipido. Ma allora, non puoi concepire che il nuovo modo di dipingere porti qualcosa di buono? Così, diciamo in una mattinata, o per mezzogiorno, potrei riuscire a dipingere un ritratto. È anche vero che l’ho fatto. Il che non vuol dire che, su altri quadri, non si dovrebbe lavorare di più. Ti ho inviato ieri per posta un disegno che è il primo schizzo di un quadro piuttosto grande.

Non è singolare che, come ti ho detto, una ventina di persone almeno, in press’a poco un’ora, siano capaci di dipingere un ritratto in cui c’è del carattere (cosa che non è quasi mai richiesta), una ventina di persone che, allo stesso modo, in qualunque ora del giorno, possono dipingere qualunque paesaggio, con qualunque effetto di colore e ciò, sul posto, senza tentennare, non è singolare che nessuno stia in piedi accanto a loro? Lavorano sempre da soli! Se solo lo si sapesse!

Ma ecco: queste cose sono così poco conosciute! Penso che in futuro una specie umana ulteriore, una delle ultime specie umane decisa a far questo senza esitare, avrà di colpo il compasso nell’occhio, mischierà abilmente i colori, disegnerà con la velocità di un lampo; verrà una specie umana che non solo farà tutto questo - oggi così impopolare per noi - ma lo farà per un pubblico che vorrà avere quella determinata fattura, sia per i ritratti di persone, sia per i paesaggi, sia per gli interni.

Ti scrivo veramente troppo per non parlarti che della pittura. Ciò che volevo farti capire è che è già di una certa importanza che Théo abbia potuto ottenere, dall’impresa che in questo momento dirige, la possibilità di esporre ininterrottamente opere di impressionisti. L’anno prossimo sarà decisivo. Così come i francesi sono indiscutibilmente i maestri in letteratura, lo sono anche in pittura; nella storia dell’arte moderna sono nomi come quelli di Delacroix, di Millet, di Corot, di Courbet, di Daumier a dominare tutto ciò che si fa negli altri paesi. Ah! la cricca dei pittori che oggi sono ufficialmente al comando, si gode allori guadagnati da coloro che li hanno preceduti, ma essi sono di calibro ben inferiore!

Non sono loro a poter contribuire a conservare all’arte francese l’importanza che fin qui ha avuto. L’attenzione, non quella del grande pubblico (che naturalmente guarda tutto senza riferimenti storici), ma quella di coloro che se ne intendono, sarà, l’anno prossimo, sollecitata dalla retrospettiva dei dipinti dei grandi scomparsi e dagli impressionisti. È chiaro che neppure questo modificherà su due piedi la situazione nella quale si trovano gli impressionisti, per lo meno ciò non mancherà di contribuire a diffondere le loro idee, a dare al movimento uno slancio di vitalità. Certo, i maestri di scuola imbecilli che oggi fanno parte della giuria del Salon non sopporteranno che vengano appesi quadri degli impressionisti.

Neppure costoro, del resto, lo vogliono; esporranno per conto loro. Se ora tu pensi che, in quel momento, avrò almeno una cinquantina di quadri, forse capirai che non esporrò al Salon, per quanto modesta sia la mia parte di collaborazione a una battaglia, ma piuttosto là dove, quanto meno, i partecipanti non saranno trattati come bravi ragazzini timorosi di non vincere un premio o una medaglia. Non che non siano anch’essi ambiziosi, ma c’è comunque una differenza. Molti qui cominciano a capire fino a che punto sia ridicolo sottostare all’opinione degli altri per ciò che si fa. Scrivere per parlare di me mi secca. Non
so perché lo faccio. Forse per rispondere alle tue domande. Vedi cosa ho trovato: il mio lavoro; e vedi anche ciò che non ho trovato, tutto il resto che fa parte della vita.

E il futuro? O diventare insensibili a tutto ciò che non è lavoro, oppure… non oso dilungarmi su questo “oppure”, perché potrebbe essere migliore o peggiore di questo termine medio: diventare esclusivamente una macchina da lavoro, inadatta e insensibile a tutto il resto. Di questo termine medio potrei anche accontentarmi; e, del resto, è ciò che faccio, nell’attesa. Mi trovo precisamente ancora nella stessa melma di sempre. A proposito di melma, dimmi: forse varrebbe la pena di salvare quel che c’è di buono nel caos che, secondo Théo, resta di ciò che mi appartiene, da qualche parte in un granaio di Breda. Oso appena chiedertelo;
d’altronde tutto è forse già perduto. Non preoccuparti dunque oltre misura.

Ma la questione è la seguente: sai che Théo ha portato con sé l’anno scorso un intero lotto di incisioni in legno. Qualcuna manca, e tra i cartoni migliori. Il resto è meno buono, proprio perché la collezione non è più completa. Naturalmente, le incisioni tratte da periodici illustrati diventano più rare nella misura in cui le annate (in cui sono apparse) sono più vecchie. Questo caos non mi lascia del tutto indifferente.

Ad esempio, c’era un esemplare della Mascherata umana di Gavarni, un volume: Anatomia per gli artisti, infine diverse cose che, a dire il vero, sono troppo buone per accettare di perderle. Non le considero anticipatamente come perdute; ciò che se ne troverà sarà comunque tutto di guadagnato. Non sapevo, quando sono partito, che sarebbe stato per sempre. Poiché il lavoro a Nuenen non andava male, avrei dovuto proseguirlo. Mi mancano sempre i modelli, che invece laggiù spuntavano, addirittura crescevano per me, modelli che mi entusiasmano ancora.

Se li avessi qui adesso, sono certo che i miei 50 quadri riuscirebbero. Capisci cosa voglio dire? Non ce l’ho con il genere umano perché ritiene che io sia così o colà; anzi, gli do volentieri pienamente ragione; ma quel che non sopporto è il fatto di non avere l’autorità che occorre per far posare chi voglio, dove voglio, per il tempo breve o lungo che voglio. Qua, e non nella difficoltà tecnica, stanno gli ostacoli sui quali prima o poi avrò la meglio. Mi ritrovo paesaggista, quando in realtà sono più abile nel ritratto. Non mi stupirebbe se cambiassi genere ancora una volta. Chaplin, un pittore che fa magnifici ritratti delle più graziose donne di Parigi: nei loro boudoir, in toilette o senza toilette, ha dipinto formidabili paesaggi e branchi di porci nella brughiera. Ciò significa semplicemente che dobbiamo fare ciò che è alla nostra portata, ma tenendoci fermamente aggrappati alla tecnica.

Se tu fossi accanto a me temo che saresti costretta a credere nella pittura. Ci sono parigine, ce n’è una, almeno, che è veramente ottima, fra gli impressionisti; almeno due sono buone.
E quando dico a me stesso quanto il nuovo modo di dipingere aiuterebbe appunto a incontrare donne che non possono essere fatue, che sentono musicalmente, sono talvolta un po’ triste di invecchiare e di imbruttire più di quanto non vorrei.

È molto gentile da parte di Théo averti invitata ad andare un giorno a Parigi. Non so che impressione Parigi potrebbe fare su di te. La prima volta che io l’ho vista ho sentito subito le impressioni tristi che rimangono per sempre nella memoria quando non si può cacciare l’atmosfera malaticcia dell’istituto, anche di quello più pulito. E ciò mi è rimasto a lungo, benché abbia finito, in seguito, col comprendere che Parigi è una serra calda di idee, e che i suoi abitanti cercano di trarre dalla vita tutto il possibile. Accanto a questa città, tutte le altre diventano piccole; Parigi sembra grande come il mare. Ma ci si lascia sempre un gran pezzo
della propria vita. E una cosa è certa: che non vi è niente di sano. È per questo che, venendo da lì, si trovano dappertutto mucchi di cose eccellenti. Sono molto felice che tu abbia ritrovato la salute; quando si è malati, si fa tutto di traverso, senza volerlo, senza spiegarlo al momento a se stessi.

Credo che non ti dispiacerà il sole di qui. Lavorando all’esterno, nella grande calura del giorno, mi trovo magnificamente. È un caldo secco, limpido, diafano. Il colore qui è veramente bellissimo. Quando il verde è fresco, è un verde ricco come ne vediamo raramente nel Nord, un verde distensivo. Quando è rossiccio, coperto di polvere, non diviene per questo sporco, ma il paesaggio assume allora toni dorati di tutte le sfumature: ora verde, ora giallo, ora rosa, ora bronzino, ora ramato, infine giallo limone o giallo scialbo, il giallo di un mucchio di grano battuto, ad esempio. Quanto all’azzurro, esso va dal blu reale più profondo dell’acqua fino all’azzurro del non ti scordar di me, al cobalto, soprattutto all’azzurro chiaro trasparente, al verde azzurro, all’azzurro viola. Naturalmente tutto ciò richiama l’arancione; un viso bruciato dal sole fa arancione. E poi, se c’è molto giallo, il viola comincia subito a cantare. Una recinzione o un tetto grigi, fatti di canne, o un campo arato fa molto più viola che da noi.

Inoltre, come devi ben immaginare, la gente qui è spesso bella. In breve, credo che la vita qui sia felice più che in molti altri posti della terra. Ma mi sembra che la gente abbia una qualche tendenza all’indolenza, sia un po’ troppo portata all’indolenza che viene dalla noncuranza, dall’indifferenza, mentre se fosse un po’ più energica, c’è da pensare che il paese produrrebbe di più.

Non ho letto molto in questi ultimi tempi, salvo Madame Chrysanthème di Pierre Loti, e L’abate Constantin di Ohnet terribilmente carino e celestiale, cosicché, perfino il suo Maître de forges, che già è un po’ in questo senso, diventa ancora più sospetto. Talvolta leggo anche il giornale, in fretta e in furia, come fossi preso da una fame da lupo. Ma non dedurre da questo che abbia bisogno di leggere.

Proprio nessun gran bisogno, perché io stesso preferisco guardare le cose. Leggere una o due ore la sera è piuttosto un’abitudine; si sente, senza rendersi ben conto che qualcosa ci manca, ma puoi immaginare quanto ciò che si vede sia interessante, dato che non c’è nessun ingombro.

Ho trascorso una settimana in riva al Mediterraneo. Lo troveresti bello. Quello che qui mi colpisce, e che mi rende attraente la pittura, è la trasparenza dell’aria; non hai idea di cosa sia, appunto perché non esiste da noi. A un’ora di distanza si distinguono i colori delle cose: il verde grigio degli ulivi, il verde dell’erba dei prati ad esempio, e il rosa-lilla di un campo arato. Da noi, non si vede che una vaga linea all’orizzonte; qui, la linea è netta fino a molto lontano e la forma riconoscibile. Ciò dà un’idea di spazio e di cielo. Poiché sono qui a parlarti tanto di me, tenterò di vedere se posso metterti il mio ritratto per iscritto. Parto dal presupposto che, secondo me, un autoritratto può fornire materia a molti ritratti di concezione differentissima.

Ecco un concetto del mio: è il risultato di un ritratto che mi sono fatto allo specchio, e che attualmente è in mano a Théo. Un volto grigio-rosa e occhi verdi, capelli color cenere, una fronte rugosa e, attorno alla bocca, rada e come lignea, una barba rossissima, un po’ disordinata, e triste; ma le labbra sono piene; un camiciotto azzurro di tela grezza, e una tavolozza con del giallo limone, del vermiglione, del verde veronese, del blu cobalto, infine tutti i colori della tavolozza, eccetto l’arancione della barba, nient’altro che colori puri.
La testa è su uno sfondo di muro bianco-grigio. Mi dirai che assomiglia un po’ alla testa della Morte nel libro di Van Eden, ad esempio, o a qualche cosa di simile. Sia pure, ma insomma il viso è così, e non è facile dipingere se stessi; comunque è una cosa diversa dalla fotografia. E, vedi, oltre a tutto il resto, l’impressionismo ha questo: non è banale; si cerca una somiglianza più profonda di quella cercata dal fotografo.

Al momento sono completamente differente, non ho più né capelli né barba, entrambi tagliati a zero. Inoltre, dal grigio verde viola, il mio viso è passato al grigio arancione e porto un abito bianco, invece di uno azzurro, e sono coperto di polvere, carico come un porcospino irto di bastoni, cavalletto, tela, e altri utensili.

Solo gli occhi verdi sono rimasti gli stessi, ma un altro colore interviene nel ritratto: quello di un cappello di paglia giallo, come da noi ne portano gli abitanti di frontiera: infine una piccola pipa nerissima. Resto in una piccola casa gialla, con porta e finestre verdi, l’interno imbiancato a calce; sui muri, disegni giapponesi, coloratissimi; il pavimento a quadrati rossi. La casa è in pieno sole, il cielo, sopra, è di un azzurro profondo, e l’ombra, durante il giorno, molto più corta che da noi. Infine. Ma tu non puoi sicuramente capire che si possano dipingere cose del genere con poche pennellate. Ma allo stesso modo, non puoi capire che alcuni dicano: «È fatto in modo davvero strano!», senza parlare di chi trova che «non è assolutamente niente», o che «è orribile». Purché sia somigliante, ma di una somiglianza diversa da quella del pio fotografo con le sue ombre tutte nere: solo questo è ciò che importa. Decisamente, non mi piace molto il signor Vosmaer e sono abbastanza insensibile da dare poca importanza alla sua metamorfosi dal materiale allo spirituale.

Trovo buona l’idea che tu e mamma, ma soprattutto tu, abbiate acquistato un giardino, con gatti, passeri e mosche invece di avere ancora una scala in più da salire. Non sono mai riuscito ad abituarmi a salire le scale a Parigi, avevo sempre le vertigini, in mezzo a orribili incubi, che qui mi hanno lasciato, ma che, laggiù, tornavano regolarmente. Strapperei sicuramente questa lettera, se non l’affidassi alla posta, se la rileggessi anche una sola volta; dunque non la rileggo e dubito che sia leggibile. Non sempre ho il tempo di scrivere.
Credo che in questa lettera non ci sia assolutamente niente e non capisco come mai l’abbia fatta così lunga. Ringrazia mamma per la sua lettera. È da molto che ti volevo mandare uno studio dipinto. Finirai col riceverlo. Ho paura che, anche se lo affranco, la posta ti faccia pagare per affrancatura insufficiente, come è accaduto per i fiori di Menton. E questa tela sarebbe ancora più grande. Ma Théo te ne invierà una. Se non ci pensa, chiedigliela.

Vi abbraccio con il pensiero, te e mamma.
Il tuo affezionato

Vincent

Théo si occupa di tutti gli impressionisti. Ha fatto qualcosa per tutti; ha venduto loro tele, e certamente continuerà a farlo. Ma appunto tutto ciò che ti ho scritto sulla faccenda ti fa vedere che egli è completamente diverso dai comuni mercanti che non hanno denaro per i pittori. C’era abbastanza affrancatura sul disegno? Scrivimi e dimmelo; è una cosa che
vorrei sapere.