Van Gogh. I colori della vita

Padova, Centro San Gaetano
10 Ottobre 2020 - 11 Aprile 2021

14. Lettera del 3 maggio 1889
video della diretta Facebook del 15 aprile 2020

Arles, 3 maggio 1889 [lettera n. 768]

Caro Théo,
la tua bella lettera mi ha fatto bene oggi. Be’, allora vada per Saint-Rémy.
Ma, ti dico ancora una volta che, se dopo averci riflettuto e aver consultato il medico, fosse necessario, o anche semplicemente utile e saggio, impegnarsi [nella pittura], dovremmo considerare questa possibilità alla stregua di tutte le altre e senza partito preso. Ecco tutto!
Perché allontana da te l’idea che in tutto questo ci sia in me desiderio di sacrificio. Ancora l’altro giorno scrivevo a nostra sorella che durante tutta la mia vita o quasi, ho cercato qualcos’altro che una carriera di martire, per la quale non sono tagliato.
Se incontro delle avversità o sono chiamato in causa, be’, resto sbalordito. Certo rispetto, ammiro volentieri i martiri ecc., ma devi sapere che ad esempio in Bouvard e Pécuchet, c’è semplicemente qualcos’altro che si adatta di più alle nostre piccole esistenze. Infine, farò fagotto, e probabilmente il più presto possibile. Salles verrà con me laggiù.
Ah! Quello che dici di Puvis e Delacroix è tremendamente vero, essi hanno dimostrato sì ciò che poteva essere la pittura, ma non confondiamo le cose quando ci sono distanze immense.
Ora, io come pittore non esprimerò mai niente di importante, lo sento assolutamente. Supponendo che tutto fosse diverso, il carattere, l’educazione, le circostanze, allora avrebbe potuto esserci questo o quello. Ma noi siamo troppo positivi per confondere. A volte mi pento di non aver semplicemente mantenuto la tavolozza olandese dei toni grigi, e di aver abbozzato senza insistere paesaggi a Montmartre. Perciò penso di ricominciare a disegnare di più con penna di giunco, il che, come è il caso delle vedute di Montmartre dell’anno scorso, è meno caro e mi distrae ugualmente. Oggi ho composto uno di questi disegni, che è venuto molto scuro e piuttosto malinconico per essere in primavera, ma infine qualunque cosa succeda e in qualunque circostanza io mi trovi, questa è un’occupazione che può durare a lungo nel tempo e potrebbe diventare perfino un modo per guadagnarmi il pane.
Infine, per te come per me, che differenza fa avere un po’ più o un po’ meno contrarietà?
Certo, tu ti sei impegnato ben prima di me, se vogliamo dirla tutta, presso i Goupil dove, tutto sommato, hai passato dei brutti quarti d’ora abbastanza spesso, dei quali non ti hanno detto neppure grazie.
E appunto lo hai fatto con zelo e dedizione, perché a quell’epoca nostro padre era in difficoltà con la grande famiglia di allora, ed era necessario, per mandare avanti la baracca, che tu ti buttassi nel lavoro completamente – durante la mia malattia ho anche pensato a tutto ciò con emozione.
E infine, la cosa principale è sentirsi ben uniti, e questo è ancora possibile.
Ho una certa speranza che, con quello che tutto sommato so della mia arte, verrà un giorno in cui produrrò ancora, anche se in manicomio. Per questo servirebbe una vita d’artista più fittizia a Parigi, della quale insomma sarei vittima solo a metà, e per la quale di conseguenza manco di quel brio fondamentale che è indispensabile per lanciarmi.
Fisicamente, è sorprendente come io stia bene, ma non si ci si può basare su questo per credere che sia così anche dal punto di vista mentale.
Vorrei volentieri, una volta che laggiù sia un po’ conosciuto, cercare di diventare infermiere un po’ alla volta, insomma: lavorare a qualunque cosa e riprendere un’occupazione, la prima che si presenti.
Avrei terribilmente bisogno di papà Pangloss, quando naturalmente mi capiterà di innamorarmi di nuovo. L’alcol e il tabacco hanno alla fin fine questo di buono o di cattivo – la questione è relativa –: che sono anti-afrodisiaci – credo che bisognerebbe parlare anche di questo. Non sempre disprezzabili nell’esercizio delle belle arti.
Insomma sarà il passaggio necessario per non dimenticare assolutamente la necessità di scherzare. Perché la virtù e la sobrietà – non lo temo mai abbastanza – mi porterebbero ancora una volta in quelle situazioni in cui di solito perdo prestissimo completamente la bussola, e dove invece devo cercare di essere meno passionale e più condiscendente.
Il possibile passionale per me non ha questa grande importanza, mentre invece resta, credo, la potenza di sentirsi legati agli esseri umani con i quali si vivrà. Come sta papà Tanguy? Devi salutarmelo.
Vedo dai giornali che al Salon ci sono cose buone. Ascolta – non farti esclusivamente impressionista: insomma, se c’è del buono in qualcosa, non perdiamolo di vista. Certo, il colore è in progresso proprio grazie agli impressionisti, anche quando si smarriscono, ma Delacroix è stato già più completo di loro.
Accidenti, che opera quella di Millet, che non ha affatto colore!
Per questo lato la follia è salutare, perché si diventa forse meno esclusivisti.
Non mi dispiace di aver voluto conoscere la questione delle teorie del colore sotto il profilo tecnico. Come artisti non si è che anelli di una catena, e che si riesca a trovare o meno [ciò che si cerca], di questo ci si può consolare.
Ho sentito parlare di un interno interamente verde con una donna verde, al Salon, di cui si diceva bene, e di un ritratto di Mathey e di un altro di Besnard, La Sirena. Si dice anche che c’è qualcosa di straordinario di uno chiamato Zorn, ma non si dice di cosa si tratti, e che c’è un brutto Carolus Duran, Trionfo di Bacco. Eppure la sua Signora con guanto del Luxembourg la trovo sempre così bella; infine ci sono cose poco serie, che mi piacciono molto: ad esempio, un libro come Bel-Ami. E l’opera di Carolus è un po’ così. Eppure tutta la nostra epoca è così e anche tutto il periodo di Badinguet. E se un pittore fa come vede, resterà sempre qualcuno. Ah, dipingere figure, come Claude Monet dipinge i paesaggi! Ecco ciò che resta da fare nonostante tutto e quindi vedere tra gli impressionisti, rigorosamente parlando, solo Monet.
Perché, alla fine, quanto a figure, Delacroix, Millet e molti scultori hanno fatto assai meglio degli impressionisti e così anche J. Breton.
Infine, caro fratello, siamo giusti, e te lo dico tirandomi subito indietro: nel momento in cui ci sentiamo troppo vecchi per schierarci fra i giovani, pensiamo a quelli che abbiamo amato nel tempo: Millet, Breton, Israëls, Whistler, Delacroix, Leys.
E sta’ sicuro che sono abbastanza convinto di non vedere un futuro oltre a questo, né del resto lo desidero. Ora, la società è quel che è, non possiamo desiderare che si adatti giusto ai nostri bisogni personali.
Infine, tuttavia, pur trovando molto, molto giusto andare a Saint-Rémy, tuttavia le persone come me, sarebbe realmente più giusto cacciarle nella Legione.
Non ci possiamo far niente, ma è più che probabile che lì mi rifiuterebbero, ed è sicuro che mi riformerebbero qui dove la mia avventura è troppo conosciuta e soprattutto esagerata.
Dico questo, molto, molto seriamente: fisicamente sto molto meglio ora di quanto lo sia stato da anni e anni, e potrei fare il servizio militare.
Riflettiamo dunque ancora su questo, pur andando a Saint-Rémy. Ti stringo la mano, così come la stringo a tua moglie


Vincent

Ah! Non volevo precisamente dire, quanto ti scrissi, che non bisogna dimenticare di apprezzare quel che è buono in coloro che non sono impressionisti, e che ti invitavo ad ammirare oltremodo il Salon, ma piuttosto, intendevo chiederti perché dimenticare un mucchio di persone come per esempio Jourdan, appena morto ad Avignone, Antigna, Feyen-Perrin, tutti quelli che abbiamo conosciuto un tempo, o perché non dare importanza ai loro equivalenti attuali? Perché ad esempio Daubigny e Quost e Jeannin non sono coloristi?
Tante distinzioni nell’impressionismo non hanno affatto l’importanza che vi si è voluto vedere. Anche le crinoline avevano qualcosa di carino e conseguentemente di buono, ma infine, ciò nonostante, la loro moda è fortunatamente passata. Non solo per alcune.
E così noi manterremo sempre una certa passione per l’impressionismo, ma – per ciò che mi riguarda – mi sento sempre più ritornare a idee che avevo già prima di venire a Parigi.
Ora che tu sei sposato, non dobbiamo più vivere per grandi idee, ma, credilo, solo per piccole idee. E trovo in questo un non piccolo sollievo, di cui non mi lagno affatto.
Ho nella mia stanza il famoso ritratto d’uomo – l’incisione su legno che conosci – il mandarino di Monorobu (la grande lastra dell’album Bing), il filo d’erba (dello stesso album), la Pietà e Il buon Samaritano di Delacroix, e Il lettore di Meissonier, e poi due grandi disegni a penna di giunco. Sto leggendo Il medico di campagna di Balzac, che è veramente bello; c’è qui una figura di donna non folle, ma troppo sensibile, che è davvero affascinante, te lo invierò quando lo avrò finito. C’è molto spazio qui all’ospedale, ce ne sarebbe abbastanza per fare degli atelier per una trentina di pittori.
Bisogna proprio che mi rassegni, è anche troppo vero che un mucchio di pittori diventano folli, è una vita che rende, quanto meno, molto astratti.
Se mi rigetto in pieno nel lavoro, è bene, ma continuo a restare pazzoide.
Se potessi impegnarmi per cinque anni, guarirei in modo considerevole e sarei più ragionevole e più padrone di me stesso.
Ma è uguale comunque.
Spero che nel mucchio di tele che ti ho mandato, ce ne sia qualcuna che alla fine ti procuri qualche piacere. Se resto pittore, allora presto o tardi ritornerò probabilmente a Parigi e mi riprometto proprio di dare, in quest’occasione, un buon ritocco a numerose vecchie tele. Cosa fa Gauguin? Evito ancora di scrivergli finché non sarò completamente normale, ma penso così spesso a lui e mi piacerebbe tanto sapere se tutto va bene per lui.
Se non avessi avuto tanta fretta, se avessi mantenuto il mio atelier, quest’estate avrei lavorato su tutte le tele che ti ho inviato. Finché gli impasti non sono completamente secchi, naturalmente non si può raschiare.
Vedrai proprio che le espressioni delle due donne sono diverse dalle espressioni che si vedono a Parigi.
Signac è già ritornato a Parigi?