Van Gogh. I colori della vita

Padova, Centro San Gaetano
10 Ottobre 2020 - 11 Aprile 2021

mostra a cura di
Marco Goldin

Padova, Centro San Gaetano
10 ottobre 2020 – 11 aprile 2021


APERTURA PRENOTAZIONI
1 SETTEMBRE

Gli anni della formazione.
Dalla miniera di Marcasse all'Aia

Seconda sezione

Questa sezione della mostra, specialmente attraverso il disegno che si configura come la parola del principio, mette in scena il percorso della prima formazione di Van Gogh. Percorso durato appena tre anni, dall’estate del 1880 all’estate del 1883. Dal momento in cui egli, consapevolmente, realizza i primi disegni al di fuori dell’accompagnamento alle sue lettere, fino a quando lascia l’Aia per salire più a nord in Olanda, nella regione della Drenthe. Dalla miniera belga nel Borinage fino a Bruxelles e da lì poi a Etten e all’Aia. Un vocabolario scarno, fatto di presa di coscienza attraverso il disegno. Un vocabolario di parole incerte, che inciampano nella descrizione buttata su fogli macchiati di unto e di grasso. Fogli sui quali si appoggia, dolente, il sentimento di una vita trafitta fin dalla prima ora, quando l’eroe appare già sconfitto, sul punto appena di cominciare il viaggio.

Tutte le decine di disegni che compongono la prima parte della mostra, quella che passa dal Borinage al Brabante, sono le fitte, fittissime pagine di un diario che è insieme un’educazione sentimentale e un’educazione all’arte. Entrambe da autodidatta, ma nella lucidissima comprensione che la mancanza conduca a un dolore irredimibile. Il Corso di disegno di Bargue, prestatogli dal signor Tersteeg, direttore della filiale Goupil dell’Aia, lo rende felice perché gli consente di esercitarsi con profitto quando verranno gli ultimi tempi trascorsi nel Borinage. Il 24 settembre 1880, quando sta per lasciare la miniera per Bruxelles, scrive a Theo: “Come puoi vedere sto dunque lavorando come un matto, anche se per il momento non ho ottenuto risultati molto soddisfacenti. Ma spero che queste spine daranno all’ora giusta il loro fiore e che questa lotta in apparenza sterile non sia altro che un lavoro di procreazione. Prima il dolore, poi la gioia”.

Van Gogh realizzò molti disegni nel Borinage, nel distretto sud-occidentale di Mons, tra il dicembre del 1878 e l’autunno del 1880, quando faceva il predicatore laico nelle miniere di carbone. Nulla rimane di quel tempo. Per cui Minatori nella neve e Zappatori (da Millet), che daranno il via in mostra a questo percorso, restano tra le rarissime prove superstiti dei mesi di settembre e ottobre 1880, mostrando tutte le incertezze, “la goffaggine” ha scritto Teio Meedendorp, di Van Gogh nel disegno di figura. Ma occorre partire da qui, da una simile strettoia della vita e del destino, per raccontare davvero la vita che poi sarà ispida di colori di un pittore che ha per nome Vincent.

In questa sezione dedicata alla formazione dell’artista, il percorso prosegue con gli otto mesi trascorsi a Etten, nella regione del Brabante dove era nato, arrivando da Bruxelles alla fine di aprile del 1881. Raggiunge la famiglia, che vive nella canonica accanto alla chiesa. I mesi di Etten vedono un primo, forte miglioramento nel disegno, che ancora per tutto l’anno resta la forma di rappresentazione del mondo. Si inaugura qui una modalità di vita e lavoro che si ripeterà non particolarmente dissimile lungo tutto il decennio, come la mostra farà vedere. Dapprincipio era la perlustrazione del luogo e dei suoi dintorni, per formarsi una conoscenza che poi desse la possibilità di iniziare a disegnare, e successivamente a dipingere. Era la necessità che spazi e persone che li abitavano entrassero, attraverso gli occhi, nell’anima. Uno scandaglio visivo che poi crescesse nella profondità interiore.
 

Quando arriva all’Aia, alla fine di dicembre del 1881, e dal primo gennaio affitta delle stanze in Schenkweg dove allestisce anche uno studio, Van Gogh era alla ricerca di “tutte le scene possibili con figure – un mercato, l’arrivo di una barca, un gruppo di persone in fila alla mensa per i poveri, nella sala d’attesa di una stazione, all’ospedale, al monte dei pegni, gruppi che parlano per strada o passeggiano. E tutto dipende dagli stessi problemi di luce, di ombra e di prospettiva.” Riteneva che lo studio fosse il suo obiettivo principale e di doversi impegnare per rendere il movimento delle figure.

Non tralasciò comunque di fare nuove illustrazioni, traendo ispirazione dalle stampe inglesi per produrre per esempio una serie di litografie con temi legati al rapporto tra l’uomo e la terra. Il motivo che sembrava appassionarlo di più era quello del raccoglitore di patate, come si vedrà anche in alcuni disegni e dipinti del tempo successivo a Nuenen, presenti anche in mostra. Aveva assistito alla raccolta delle patate sia nel Borinage che a Etten, prima che nei dintorni dell’Aia nel 1882. Era una prefigurazione del grande tema del contadino che lo occuperà, proprio a Nuenen, tra il 1884 e il 1885.
 

Ma quanto cercava in un modello, Van Gogh lo trova all’Aia in Sien Hoornik, una ex prostituta incinta che divenne anche sua compagna, dopo l’incontro che si compì a fine gennaio. Sien, sua madre e la prima figlia posavano per lui “con i vestiti adatti, abiti in lana merino nera, bei modelli di cuffie e un bellissimo scialle.” Van Gogh intende creare, come scrive, un effetto “alla Chardin”, qualcosa che egli ritiene che “alcune tra le serve ordinarie” possiedano, ma non per esempio le donne borghesi come le sue sorelle.

È con certi meravigliosi, e dolentissimi, ritratti di Sien e della madre, anch’essi presenti in mostra, che prenderà il via quella galleria di volti e figure che nei due anni trascorsi all’Aia designeranno i confini di un mondo fatto di gemiti silenziosi, e lacrime non ostentate, e miseria, e solitudine, e sofferenza nel corpo e nello spirito. Si trattava di dare senso a quell’individualità dei soggetti che Van Gogh sempre preservò fin dal primo momento della sua ricerca.
 

Il suo lavoro prende le mosse da quattro fonti di ispirazione ben precise: gli artisti della scuola dell’Aia, gli artisti della scuola di Barbizon, gli antichi maestri olandesi e le incisioni su legno di autori contemporanei, soprattutto inglesi. Ammira fortemente il realismo dei pittori della scuola dell’Aia, costruito su un’inclinazione di carattere morale che non può non incontrare il suo favore. Nel loro evidente richiamarsi ai pittori di Barbizon, egli sente così la perfetta congiunzione con il concetto di paesaggio da lui tanto amato ed espresso tra gli altri da Millet, Corot, Dupré, Rousseau e Daubigny. Si trattava, come alcuni quadri in esposizione indicano chiaramente, di una natura venata sempre di un’inclinazione malinconica, spesso vespertina, che corrispondeva perfettamente al suo spirito.


Ma va ricordato anche, come elemento non secondario, quanto egli apprezzasse il lavoro degli incisori su legno inglesi, le cui immagini ponevano l’accento su temi sociali di indubbio richiamo. Immagini che il pittore olandese poteva vedere in pubblicazioni come “The Graphic” e ”The Illustrated London News”, che aveva regolarmente a disposizione. Van Gogh poi ammirava grandemente Rembrandt come pittore religioso, e in questo senso è significativa la sua predilezione verso l’episodio dei discepoli di Emmaus. Apprezzava poi la spontaneità e la maestria nel disegno di Hals, e non poteva che essere immensa l’ammirazione per i grandi pittori di paesaggio olandese del Seicento, coloro che avevano fondato questo genere, a cominciare ovviamente da Jacob van Ruisdael, Koninck e Van Goyen.

La visione tanto importante del paesaggio nasce dunque in Van Gogh sulla linea che congiunge Van Ruisdael, la Scuola di Barbizon e quella dell’Aia. Con oltre venti disegni e i primi dipinti del tempo dell’Aia, la sezione si chiude dentro questo spirito di intima attenzione umana. Salvo trovare una sua meravigliosa eccezione cromatica, davvero l’unica in questo senso ancora per molto tempo, nel bellissimo Distese di fiori in Olanda dipinto nella primavera del 1883 e che giunge alla mostra dalla National Gallery of Art di Washington.