Van Gogh. I colori della vita

Padova, Centro San Gaetano
10 Ottobre 2020 - 11 Aprile 2021

mostra a cura di
Marco Goldin

Padova, Centro San Gaetano
10 ottobre 2020 – 11 aprile 2021

Il pittore come eroe
Prima sezione

Nell’estate del 1888, dopo avere dipinto la serie memorabile con i campi di grano nella pianura della Crau e attorno all’abbazia di Montmajour, nei pressi di Arles, due dei quali presenti nella quarta sezione di questa mostra, Vincent van Gogh realizzò un piccolo quadro, di un formato quadrato appena allungato verso l’alto. Quella tela, intitolata Il pittore sulla strada per Tarascona e conservata nel Kaiser Friedrich Museum, venne distrutta durante un bombardamento alleato su Magdeburgo sul finire della Seconda guerra mondiale. Vi si vede il pittore, Van Gogh stesso, che cammina sotto il sole andando incontro al suo lavoro quotidiano nella campagna. Il sentiero è tutto tormentato di tacche di colore e su di esso si stende minacciosa, come la testa di un rapace che ghermisce, l’ombra del viandante. Lui vestito di un azzurro un poco più scuro del cielo, mentre si fissa esattamente al centro di due alberi, molto giapponesi nel loro disegnarsi dentro la vastità di quello stesso cielo.

Il cavalletto sulle spalle, la tavolozza e i colori nella mano destra, una tela sotto il braccio sinistro, assieme a un bastone molto sottile. Sotto il cappello di paglia a larghe tese, del giallo come del grano, lampeggiano i suoi occhi chiari, di quell’azzurro che sfuma nel verde e così si confonde. Sono due gemme incastonate che risplendono. Mentre dietro il pittore scorrono immagini quasi di un vecchio film in un primo technicolor. Il grano ancora da tagliare, biondissimo e senza vento, e poi il verde dell’erba e poi altro grano ancora, più lontano. Infine, la linea dell’orizzonte, il tetto rosso di una casa, qualche cipresso di un verde più scuro. E appena percepibile, in una lontananza morbida di un lilla chiaro, la linea delle Alpilles. Quelle piccole montagne che nella piana della Crau chiudevano lo spazio distante verso nord e che di lì a pochi mesi avrebbero sovrastato, a Saint-Rémy, addossate alla casa di cura, lo spazio della sua vita. Ah, c’era anche il fiato appena di una nuvola, quasi nascosta dietro i rami di uno dei due alberi. Questo era tutto.

Ecco, la mostra parte da qui. Da questo quadro invisibile perché non più visibile. Ci sono tanti modi di cominciare un viaggio, questo nuovo viaggio con Van Gogh. Tanti quanti ne ha indicati lui. Infiniti. Ma questo è forse il più sulfureo, misterioso e cangiante in tutte le sue sfumature. Febbricitante sempre, e allarmato nel suo incontro con il destino. Il viaggio di questo pittore, il viaggio di Vincent van Gogh, è precisamente il viaggio dell’eroe. Il pittore come eroe. Colui che ha un compito, una missione da compiere e a essa tutto sacrifica. Vorrei in ogni modo che questa mostra parlasse del pittore come eroe, e lo facesse vedere attraverso le opere. Attraverso gli incroci del destino. Lo dicesse anche con le parole. Le parole di una lingua semplice. E naturale.

È a questo tipo di pittore, a questo eroe moderno, che Francis Bacon ha guardato quando ha deciso di dipingere alcune tele meravigliose, traendole proprio da quell’immagine che restava in seguito alla distruzione del quadro dopo il bombardamento su Magdeburgo. Così ha preso quella riproduzione in technicolor – si era alla fine del 1956 e poi all’inizio del 1957 – e l’ha appesa con una puntina di ferro sul muro del suo studio. L’ha appesa, dopo averla a lungo guardata, dopo avere a lungo pensato. Van Gogh sotto il sole del Midi, lungo la strada per Tarascona, questo vedeva Bacon. Che aveva dipinto nel 1951 un primo ritratto ispirato a Van Gogh, oggi conservato nel museo di Cleveland, dopo cinque anni nei quali aveva trascorso diverso tempo nel sud della Francia.

Un grande pittore che dialogava con quel pittore eroe morto ormai da ben più che mezzo secolo. Pensava a rendergli omaggio, poiché dentro di sé aveva sempre idolatrato quell’olandese finito male in terra di Francia, in mezzo ai campi di grano. Rendergli omaggio come si fa sì con il proprio eroe, ma l’eroe di tutti, quando la singolarità dell’esperienza diventa quella di una moltitudine. Cominciò così a concepire alcune immagini, il loro senso, la loro verità. In quella fascinazione che aveva per realizzare i suoi tanto particolari ritratti, tali da rendere perfino i respiri di una persona, le pulsazioni del suo cuore, il ritmo. Difficile, così difficile fare ritratti per Bacon – così come lo era stato per Van Gogh – perché si trattava di arrivare a toccare lo spirito che una persona emanava da sé. Nel viso, l’infinito del tempo che parte dalla vita.

In Bacon c’era il desiderio di rappresentare Vincent come un viandante in perenne cammino, sfruttando quel taglio cinematografico delle immagini che facevano emergere la figura come una silhouette quasi bruciata dal sole della Provenza. Quel sole che rendeva evidente oltre ogni dire il ruolo dell’ombra. Tanto che il nero risultava nelle tele di Bacon un elemento fondante molto più che non lo fosse stata l’ombra presente nel dipinto di Van Gogh. Il suo Van Gogh era quasi una figura di maudit, una sorta di Rimbaud che fuggiva dal destino e dalla vita, per incontrare la più autentica appartenenza al mondo. Appartenere e non evadere.

Infine, dopo rabbiose e grondanti settimane di lavoro, nel marzo 1957, nella Hanover Gallery di Londra, in un’atmosfera confusa e festosa, vennero esposte alcune tele che Francis Bacon aveva dedicato a Van Gogh. Partivano da quel quadro che l’artista aveva visto nella monografia del 1945 pubblicata da Phaidon. Era tra l’altro la serie degli Studi per un ritratto di Van Gogh e fu l’incerta, tellurica, grondante messa a fuoco di una figura che attraversava lo spazio dell’opera come stesse solcando lo spazio del mondo. Appartenendo alla vita e insieme alla morte, al tempo di prima e al tempo di poi. C’era in quei quadri il senso di una direzione, l’apertura verso le strade dell’universo. Bacon ha dipinto Van Gogh proprio così. Come chi parte e non è mai partito. Chi viaggia ancora dopo avere a lungo viaggiato. E forse il suo viaggio l’ha condotto nell’interstizio possibile tra il respiro e la sospensione del respiro, tra il pieno e il vuoto. Fino a che venga il momento di lasciare il mondo, magari sotto quel sole che brucia ogni cosa. E lui non c’è più e precede ognuno di quelli che passano, di quelli che vanno.

Bacon ha dipinto Van Gogh proprio così. Per questo motivo la mostra nasce da uno dei suoi quadri dedicati a Vincent van Gogh. Il pittore come un eroe, colui che annuncia il futuro pur nell’apparente fallimento. E si carica il mondo sulle spalle.