Van Gogh. I colori della vita

Padova, Centro San Gaetano
la mostra, aperta tutti i giorni, è prorogata fino al 6 giugno

Attilio Forgioli
Di terra e sole

Lesperienza della guerra a Salò dal 1943 al 1945, e l’impegno politico con i giovani che costituirono “Società Nuova” (Pardi, Bonora, Rossi, Castellaneta, Del Comune) furono per me essenziali.

Dopo la morte del fascismo e la sua importanza nella memoria della mia famiglia, fu fondamentale per me la scelta di andare a Milano per frequentare l’Accademia e diventare pittore.

Dipinsi un ritratto di Van Gogh negli anni ottanta. Misurava 160 x 120 centimetri. Dipinsi il suo volto così grande perché mi sembrava che gli fosse dovuto: era un debito antico verso un uomo, un pittore al quale dovevo molto, più che ad altri pittori che pure ho amato.

Mio nonno aveva avuto in omaggio un libro su Van Gogh e me lo aveva donato. Così scoprii le sue opere e la sua storia. Alla scuola d’avviamento l’insegnante di disegno, Clotilde, mi fu molto amica e mi aiutò a capire Van Gogh, la sua pittura e la sua vita. Abitavo a Salò dove era finito il fascismo. Avevo vissuto la guerra e le persone con cui vivevo avevano pagato un prezzo molto alto partecipandovi. Avevano perso qualcosa di profondo che anch’io, a dodici anni, conoscevo con loro.

Mia madre era fascista, mio nonno anarchico, con due figli nella milizia del Duce e un altro, non fascista, era militare. Molti nostri parenti Alpini morirono in Russia.

La Repubblica di Salò lasciò i segni del dolore e della morte tra noi che eravamo rimasti. Ero molto legato a mio nonno, falegname. Nel 1898 era soldato a Milano, quando il generale Bava Beccaris fece uccidere ottantatré milanesi che protestavano contro il governo; dopo il servizio militare diventò anarchico. Avevamo appesa in casa una stampa di Garibaldi con la storia delle sue imprese. Il nonno, presidente dei decorati al valor civile, aveva salvato una donna che stava annegando nel lago. Dopo la scuola di avviamento professionale lavorai in un’officina di motociclette e conobbi Pippo Zane, capo degli scout a Salò e anch’io diventai scout.

Pippo aveva partecipato con il fratello Angio alla resistenza con i ribelli cattolici bresciani. Venne arrestato nel 1944 e liberato il 25 aprile del 1945. Doveva essere fucilato.

Diventammo amici, andai a lavorare nella fabbrica di cioccolato dei suoi genitori; ci legavano la cultura e la storia degli italiani.

Quando andai a Milano per frequentare l’Accademia e diventare pittore, lui andò a Roma a studiare architettura. Ci ritrovavamo d’estate a Salò e in barca sul lago parlavamo delle nostre esperienze di pittura e architettura. Anche lui amava Van Gogh e mi fece conoscere e capire l’architettura di Wright, che era la sua passione.

Attilio Forgioli