Ungaretti poeta e soldato

Il Carso e l’anima del mondo. Poesia pittura storia

Gorizia, Museo di Santa Chiara
26 Ottobre 2024 - 4 Maggio 2025

Ungaretti poeta e soldato

progetto a cura di
Marco Goldin

Gorizia, Museo di Santa Chiara

Monfalcone, Galleria comunale d’arte contemporanea

26 ottobre 2024 - 4 maggio 2025

Gorizia e Nova Gorica, da dove

Patrizia Artico

C’era una volta in Europa la Contea di Gorizia, città millenaria, crocevia da sempre di popoli, lingue e culture. Nata intorno al 1100, la Contea, nel suo massimo splendore, si estendeva dal Tirolo alla Marca trevigiana ma, nel 1500,  l'ultimo conte di Gorizia, Leonardo, morì privo di eredi e la Contea venne ereditata dagli Asburgo, di fatto scomparendo.

Non fu così per la città di Gorizia che, fra alterne vicende, rimase un punto di riferimento per l’’impero e per l’Europa intera, diventando anche città d’esilio dei Borboni di Francia e ospitando nei vari palazzi nobili il re Carlo X, suo figlio Luigi XIX, duca di Angoulême  e sua moglie, Maria Teresa Carlotta figlia di Luigi XVI e di Maria Antonietta, che ancora oggi riposano nel vicino Monastero della Kastagnevizza.

Gorizia rimase città dell’Impero Austro-Ungarico fino alla Prima guerra mondiale, durante la quale fu teatro di drammatiche battaglie, lungo il fiume Isonzo, le cui acque smeraldine si tinsero di rosso con il sangue di decine di migliaia di giovani soldati. Un evento e un fiume raccontati nelle indimenticabili poesie di Giuseppe Ungaretti che ancora oggi rappresentano un manifesto contro gli orrori della guerra.

Goriza, Piazza Transalpina
© Gect

Orrori dai quali gli uomini non impararono nulla visto che solo qualche decennio più tardi il mondo fu travolto da un altro devastante evento bellico. Gorizia, che con la Prima guerra era entrata a far parte del Regno d’Italia si trovò nuovamente al centro di nuovi accadimenti che avrebbero segnato profondamente il suo territorio e le genti che lo abitavano così come le genti della vicina Jugoslavia. Queste ultime subirono la terribile violenza fascista mentre i goriziani, a guerra finita, si ritrovarono di fronte alla brutalità delle truppe di Tito con deportazioni e infoibamenti.

Nel 1947, i governi dei paesi che avevano vinto la guerra decisero che a pagare doveva essere anche Gorizia e quindi sfregiarono il territorio della città millenaria con segno dritto sulla carta, un confine che divideva lo stesso territorio a metà: una parte rimaneva in Italia e l’altra passava alla Jugoslavia. Case, strade, cortili, stalle, persino un cimitero, una tomba. Un fiume. Un monte. Famiglie. Tutto tagliato a metà. Tranne la sofferenza, devastante, lasciata dal conflitto.

Sull’altra parte del territorio, quella jugoslava,  proprio a ridosso della “Vecchia” Gorizia, nello stesso anno, per volontà del maresciallo Tito veniva eretta, Nuova Gorica, la città socialista.  Nuove case, nuovo municipio, tutto nuovo. Anche nuovi abitanti provenienti dal resto della Jugoslavia. A dividere Gorizia e Nova Gorica, per anni il confine con filo spinato, guardie armate. E ci furono spari. Morti. Lasciapassare. Contrabbando. Contrapposizioni ideologiche.

Il Castello di Gorizia
© Studio Bumbaca

p> Ma, a differenza di ciò che oggi sta accadendo in altre parti del mondo, su questo confine il messaggio di Ungaretti è stato raccolto. E c’è chi ha lavorato, in questi decenni, per superare odio e rancori. Per pacificare gli animi. Per lenire le profonde cicatrici lasciate dalla guerra. Il confine è diventato a mano a mano meno pesante. Nel 1991 la Slovenia ha dichiarato l’indipendenza dalla Jugoslavia e nel 2004 è entrata nell'Unione Europea.

 

Nel 2017 il giovane sindaco di Nova Gorica, Matej Arcon, politicamente di sinistra, irrompe nell’ufficio dell’anziano sindaco di Gorizia, Ettore Romoli, politicamente di destra, di cui era diventato grande amico e gli propone la candidatura comune alla Capitale europea della cultura per il 2025, che in quell’anno spettava a una città slovena: “Da soli non possiamo farcela ma insieme forse si”.

E questo confine, teatro di guerra, tragedie, sofferenze profonde diventa il confine della pace possibile. E Nova Gorica e Gorizia diventano il simbolo internazionale del dialogo, della vita che trionfa sulla morte. E resistenze, difficoltà, tentativi di sabotaggio nulla hanno potuto contro la volontà delle genti a cavallo del confine: Nova Gorica e Gorizia, insieme, diventano Capitale europea della cultura.

Gorizia e l'Isonzo
© Studio Bumbaca

Tutta questa storia straordinaria la può “sentire” chiunque arrivi su questo territorio, su questo confine, entrando in una sorta di macchina del tempo che con uno sguardo, in pochi passi, ti racconta mille anni di storia. Dalla piazza Transalpina in lontananza appare il castello del conte mentre a poche centinaia di metri, su un altro colle, ecco il monastero della Castagnevizza, del XVII secolo che, nelle cripte conserva le spoglie dei reali di Francia portandoti nell’800 e ti basta muovere gli occhi per fissare, davanti a te, la stazione della Transalpina, del 1900, tutta asburgica. Pochi passi, l’attraversi e ti trovi di fronte Nova Gorica, con la sua architettura socialista ma se ti volti vedi il monte Sabotino con le sue gallerie e trincee della Grande guerra. Per tornare alla piazza della Transalpina dove, nel 2004, è stata abbattuta la frontiera per unire le due città. Fino ad oggi. Qui, sul confine della pace possibile.