Il tempo di Giacometti da Chagall a Kandinsky

Capolavori dalla Fondazione Maeght

Verona, Palazzo della Gran Guardia
16 Novembre 2019 - 5 Aprile 2020

Un testo per Giacometti

Pubblichiamo di seguito i cinque testi, ispirati a Giacometti, scelti da Marco Goldin tra tutti quelli inviati per partecipare all’iniziativa "Scrivi un testo per Giacometti".
I cinque vincitori parteciperanno alle fasi conclusive dell’allestimento della mostra e ai diversi momenti dell’inaugurazione ufficiale del 15 novembre.

L'homme qui chavire 
Luisa Manganaro

Il molo è deserto. Una striscia grigia tra cielo e mare. In un trascolorare verso la notte.
Il vento spazza ogni certezza. L’acqua attenta di continuo alle forme. Per invaderle. Portarsele via forse.
Mi sporgo su questo confine. Sono giunto fin qui da molto lontano.
Un luogo che è memoria e necessità. È ricordo di un sogno. Incarnazione di un desiderio.
Stringo tra le mani i cocci di quel meraviglioso disegno. Frammenti di sorrisi. Occhi che parlano. Volti che paiono incarnarsi in una perfezione. E un attimo dopo deformarsi.
Chi siamo stati. Il meglio di noi. Che si sposa, su questa nera riva, con l’impossibilità a trattenerlo per più di un magnifico attimo.
Dove sei ora? Dove ti ho perduta? Quando abbiamo smesso di danzare?
Così…In punta di piedi….
Provo a cercarti in questo nulla. Che è come una vertigine.
Le braccia che ti cingevano. Il corpo proteso. Improvvisamente flessibile. Indifeso.
Il colpo poteva arrivare in qualsiasi momento.
Eppure la tentazione era travolgente.
Il vento mi fa ora da compagna. Mi abbraccia.
I tuoi capelli avrebbero vibrato. Mi avrebbero avvolto. Sarebbero stati disordine assoluto in cui potermi finalmente perdere.
Dov’è la verità? Dove la soglia tra quel possedersi e l’essere integri?
Volteggio come un folle su questo molo, in questa notte, per questo amore.
È bellezza assoluta.
È dolore totalizzante.
Il corpo pare dissolversi.
Scivolare via da me.
Farsi filigrana. Non c’è nulla a trattenermi.
E quando la grande folata arriva, io sono pronto ad accoglierla…

L’homme qui marche II
Lorena Bruna Gioia

Forse è nello studio di rue Hippolyte-Maindron al 46 che sono apparso la prima volta, alla luce delle candele o forse in una qualche bettola di Montparnasse, durante le chiacchiere e le bevute di vino.
Non ha importanza.
Il primo segno di me, scarno, deciso con un’unghia di matita sopra un avanzo di carta di giornale, avrebbe potuto sorgere ovunque.
Esistevo già.
Un solco nero per fermare un’idea o un momento fugace, un istante tra i tanti, continui ed immobili fotogrammi di vita.
Scaglie d’arte, schizzi, dipinti, il mio stesso avanzo di carta e molti altri ancora, accatastati nella polvere.
Lo spazio angusto invaso da opere in mutamento continuo, da teste scapigliate e dai volti con lo sguardo altrove.
Costante ed inquieto, su di me il lavoro.
Sento le mani capaci, fare e disfare.
Brandelli di materia ora tolta, di nuovo sovrapposta.
Un ricompormi senza sosta.
Sul mio corpo.
Così come le veloci dita passano su una tastiera di pianoforte nella folle illusione di definire ciò che sfugge.
Quanta energia.
Quanta paura.
Come verrò mai alla luce in questo antro buio che non mi contiene?
Come la mia sottile schiena non mi farà crollare?
Ho addosso il tempo e la notte.
Distrutto, scavato e al contempo rigenerato di materia vibrante.
Sottile, immenso, fragile, forte.
Solo.
Il mio sguardo è già fuori, all’infinito.
Immobile sul mio piedistallo scardino il primo passo incerto,
un passo che porta il peso della mia assenza.
Pronto.
Dal mai al sempre.

Donna in piedi I 
Olivetta Gerometta

Mi guardo e ho difficoltà a riconoscermi, solo perchè mi sto osservando da un punto di vista inconsueto: fuori dal mio corpo. Ritorno dentro me stessa e vedo voi che mi guardate. Istintivamente cerco di immaginare quello che credete di vedere in me.
Siete certi di voi stessi? Provate a pensarvi davanti ad uno specchio, sul quale è riflessa la vostra immagine: rompetelo con il pensiero ed ecco che la vostra immagine, unica, diventa unica per ogni frammento che si forma e più frammenti create, più immagini avrete di voi. Dobbiamo dedurre che ognuno di noi, oltre ad essere plurimo nell’insieme di se stesso, lo è anche per ogni sguardo che lo osserva e per ogni attimo che vive. Così come luci ed ombre mutano ciò che dell’immagine ci appare.
Ora, rivolgete il vostro sguardo nuovamente su di me, con attenzione: sono ferma, sono in movimento? Molti mi vedono ferma; in realtà la mia immobilità è solo nella loro mente. “Quanto di noi, dunque, è apparenza e quanto di noi è realtà?” “Riuscite a cogliere nel mio volto una risposta?"
Ci illudiamo di capire e di conoscere ciò che ci circonda, solo per il fatto che lo percepiamo con i sensi; quelli conosciuti, naturalmente.
A voi non capita mai di sentire o osservare le cose in una veste inconsueta, ignota?
Io sono spesso “in attesa” di quei momenti; lo sono anche ora, mentre mi guardate. Ne sono profondamente attratta.
In fondo l’essere umano aspetta sempre qualcosa, fin dal primo attimo di vita, anche se non ne ha, molte volte, coscienza.
Così io sono in qualunque posto e dietro a qualunque volto vogliate guardare e vi stupirò per ogni momento della vita e per ogni momento della morte, sua inseparabile compagna, che saprete cogliere in me. Sì, io le racchiudo entrambe, in tutta la loro universale, impenetrabile bellezza e poliedricità.

Per Alberto Giacometti
Federica Ghizzardi

Alberto: «Peter stai tranquillo, ti prego».
Peter: «Per favore...».
Alberto: «Vedi che ti stanchi e basta?».
Peter: «Raccontami di Bianca...».
Alberto: «Il medico ha detto che ti devi risposare. Io starò qui accanto al tuo letto. Però, ti imploro, dormi un poco».
Peter: «A cosa serve risposare? Avrò tanto tempo per farlo… Ora, raccontami di Bianca».
Alberto: «Bianca è mia cugina, Peter».
Peter: «Non prendermi in giro. Non adesso».
Alberto: «Lei… Bianca non era per niente stanca. Guidava lei. Ha un carattere forte per la sua età. Quando siamo arrivati in cima al ghiacciaio non riuscivo a guardare la Valle del Forno ai nostri piedi. Guardavo lei».
Peter: «È davvero così bella?».
Alberto: «Non è quello».
Peter: «E come sarebbe?».
Alberto: «Non è per i suoi occhi, né per le sue labbra e forse nemmeno per le cose che dice. A me o agli altri. È quella forza che quasi fa spostare tutto quando passa…».
Peter: «Non capisco…».
Alberto: «Nemmeno io. Ho provato a catturare questa… Io la chiamo forza d’animo. Ma è molto semplicistico. Si tratta di qualcosa di più profondo e oscuro…».
Peter: «Catturare significa che…».
Alberto: «Peter stai calmo. Non hai più fiato!».
Peter: «Rispondimi».
Alberto: «Sì, ho scolpito mia cugina. E la chiamo così, perché non riesco ad afferrarla. Prendo atto della nostra parentela ma non della sua persona ripulita da vincoli familiari».
Peter: «Voglio vedere l’opera».
Alberto: «Non è possibile».
Peter: «Aspetterò a morire. Portamela qui… Per favore, Alberto».
Alberto: «L’ho presa a martellate. L’opera. Ho preso a martellate il busto».

L'uomo che cammina
Nathalie Santin

Dietro le finestre delle case che ti scivolano accanto, famiglie, cani che guaiscono, regali da aprire, stanchezze dei volti nella sera dell’inverno. Bambini che richiamano attenzione e mani. Tu ne ignori il peso e la leggerezza, cammini, a grandi passi, nudo, alto. Così rapido. Così solitario e solo da ferirmi l’anima. Porti con te solamente te stesso. Non abiti, occhiali, pesi, gramaglie, né capelli davanti al volto. Non hai maschere, difese. Il dolore ti ha appena attraversato, la tua corazza è ferro. Sui marciapiedi si rincorrono i passi degli altri, lontani, nemmeno il suono ti sfiora. I tacchi sul selciato, pioveva ieri, oggi il sole ha asciugato le orme e le ombre si sono rincorse acute, tozze, di nuovo acute. Ti vedo procedere senza tentennare, nulla distrae il percorso. Sfiori i cesti delle dalie e dei garofani, il garzone del negozio ti guarda appena, distratto dalla chiusura che incombe. Deve fare in fretta, raggiungere la sua finestra, altri figli, cani, famiglie. Non fa caso al tuo passo il ciclista che spinge in piedi sui pedali, ondeggiando. La signora al cellulare che in viva voce detta al marito ordini netti, sempre quelli, qualcosa sulla spesa, forse, intuisco, mentre con lo sguardo è lontana, così tanto. I due ragazzi, innamorato lui, stanca lei, illuminati dalla croce di neon della farmacia, ipnotica, ripetitiva. La mano di lui che brama un contatto, la distrazione di lei, parla di tante cose per non aprire alla rivoluzione e all’altro, che non sente da giorni. Il rumore improvviso della serranda che chiudendo sbatte alla fine sull’asfalto, ferro e cemento, procedi. Schivi, allunghi il passo, non scosti la testa, lo sguardo dritto. Ti incrociano monopattini, fari anabbaglianti, caschi di protezione, loghi portati a spasso da spalle scarne. Sembri incolume, ancora, per quanto? Quando vorrai parlare, dimmi, si sopravvive alla vita?