Il tempo di Giacometti da Chagall a Kandinsky

Capolavori dalla Fondazione Maeght

Verona, Palazzo della Gran Guardia
16 Novembre 2019 - 5 Aprile 2020

Giacometti e il filo del ragno

di Marco Goldin



E’ massacrante, disse, questa necessità di concentrazione totale. Tutto è sospeso a un filo. Si è sempre in pericolo.
James Lord, Un ritratto per Giacometti


Neve sul Cantone dei Grigioni, nei primi giorni di gennaio del 1966. Neve sull’ospedale di Coira, dove Diego Giacometti veglia il fratello Alberto, che per l’aggravarsi di una malattia è sul punto di spegnersi. Lì, a poca strada, la val Bregaglia, dove Giacometti era nato, nel villaggio di Borgonovo presso Stampa, nell’autunno del 1901. Diego in seguito racconterà di come, vegliando il fratello morente, sentisse il suo sguardo scrutarlo, avvicinarsi e allontanarsi come il respiro affannato di chi sta partendo. Sentisse il suo spirito disegnarlo ancora, e per sempre. Come una carezza fatta con la neve che si scioglie. E’ una lunga storia quella dei ritratti di Diego eseguiti da Alberto, se già per la prima volta nel 1908 lo modella. E poi nel 1914 il primo busto eseguito dal vero. Tra il 1935 e il 1940, Diego posa per il fratello ogni giorno, dal momento in cui abbandona il surrealismo e ha bisogno di riprendere contatto con la realtà. E di nuovo posa per lui a partire dal dopoguerra ancora per altri anni. Aveva, Giacometti, una tale confidenza con quella testa e quel volto, “che quando disegno o scolpisco o dipingo una testa a memoria, essa diventa sempre più o meno la testa di Diego, poiché è quella che più spesso ho realizzato dal vero.”

E davanti alle diverse versioni della testa di Diego − e incluse in questa mostra sotto forma di sculture, dipinti e disegni − è commovente riandare alle parole di Giacometti che spiegano il senso più pieno e compiuto del suo lavoro, quel suo lottare con la vita e con il mondo, quel suo far diventare il diario sospensione del tempo. Il suo combattere con il tempo, renderselo compagno e ugualmente sentirne la stretta mortale. Giacometti non è mai stato un artista gratuito e vacuo, mai sciolto dal premere delle ore, dal venire in processione della vita e dei dolori, mai sganciato dalla realtà. Che ha difeso anzi in ogni modo, che ha stracciato mille volte e mille volte ha ricostruito nella forma del disegno o della pittura o della scultura. Una realtà che non ha mai fatto sconti né concessioni, che ha grattato via tutto della pelle delle cose, dei volti, degli spazi camminati e trasformati.

Così, rispondendo a un invito di Pierre Volboudt per un’inchiesta volta a raccontare la realtà di alcuni personaggi, Giacometti stende uno dei testi più folgoranti scritti dagli artisti di tutto il XX secolo, e intitolato La mia realtà: “Faccio sicuramente scultura e pittura e questo da sempre, dalla prima volta in cui ho disegnato e dipinto, per mordere sulla realtà, per difendermi, per nutrirmi, per irrobustirmi; irrobustirmi per difendermi meglio, per attaccare meglio, per attirare, per avanzare il più possibile su tutti i piani e in tutte le direzioni, per difendermi contro la fame, contro il freddo, contro la morte, per essere il più libero possibile; il più libero possibile per cercare – con i mezzi che mi sono oggi più congeniali – di vedere meglio, di capire meglio quanto mi circonda, di capire meglio per essere più libero, il più forte possibile, per dare, per darmi il più possibile a quello che faccio, per vivere la mia avventura, per scoprire nuovi mondi, per combattere la mia guerra, per il piacere? per la gioia? della guerra, per il piacere di vincere e di perdere.”

Nella vita ci si gioca la vita, attraverso l’arte, dice Giacometti. Tutto il suo lavoro è così, tutti i suoi volti sono così, una lunga compromissione con la morte. Nell’ultima sua visita al celeberrimo atelier di rue Hippolyte – Maindron a Parigi, il grande fotografo Brassaï si trova davanti un Giacometti consumato dalla malattia, a fine marzo del 1965. Questo l’inizio della conversazione, affaticata ma rivelatrice: “Il futuro è piuttosto chiuso…Mi chiedo per quanto tempo potrò ancora fare della scultura…Uno, due anni, sei mesi?... Sono in un vicolo cieco. Non so veramente come ne uscirò…Dall’ultima volta che ci siamo visti, sono stato operato. Mi hanno tagliuzzato per quattro ore e mezza. Mi hanno tolto tutto lo stomaco…Me ne resta solo un pezzetto…Pare che basti…

Trovo un Alberto Giacometti dimagrito, curvo, fluttuante nei suoi vecchi vestiti, il volto sempre più scolpito, rilavorato dalla sofferenza. Tuttavia la luce che brilla nei suoi occhi arrossati dall’insonnia è intatta e la sua voce è rimasta altrettanto seducente, sicura, calda. Giacometti parla con vivacità. Dimagrito, la sua somiglianza con Cocteau diventa ancora più flagrante. Questa somiglianza l’ha prima divertito molto, poi infastidito. Ma le lunghe mani di Alberto sono più solide, la sua testa più robusta e come tagliata con l’accetta, le sue spalle più forti e i suoi capelli, ribelli come quelli di Cocteau, non si rizzano a spatola, ma brulicano come i mille serpenti di Medusa. E’ un Cocteau incrociato con un paesano del cantone dei Grigioni che mi parla rapidamente, ma si regge appena in piedi, si aggrappa con le braccia a un cavalletto come un naufrago.

Brassaï, fotografami così…Questa posa corrisponde esattamente al mio stato fisico…Sono stanco, sfinito. Sono uno straccio, un relitto. E malgrado tutto, vedi, lavoro, continuo il mio lavoro…Ieri sera sono rimasto fino a mezzanotte ad accanirmi su questo busto che ancora devo a Maeght, poi ho fatto un giro alla Coupole. Rientrando, alle tre del mattino, invece di andare a letto ho continuato a modellare fino alle sette…Ho dormito appena…Ed ero così impaziente di riprendere questo busto che non ho neanche bevuto un caffè…”

Il lavoro prima di tutto, perché è un contatto con la profondità della vita e della storia. Aggancio ancestrale a quanto era prima di noi e sta nel mondo come una lancia conficcata dentro il tempo. E’ su questo terreno, vicinissimo e lontanissimo assieme, che occorre seguire Giacometti mentre dipinge, disegna o modella le sue teste: “Si pensa che io riduca le teste o che allunghi le mie figure di proposito. Le riduco o le allungo per rimanere fedele al modello, per cogliere la somiglianza. La testa è solo una piccola palla; il corpo non è che un lungo bastone. E’ sotto questa forma che mi appare la figura umana nello spazio. Ho capito veramente la grandezza dell’arte primitiva soltanto proseguendo le mie ricerche… Trovo che certi feticci dell’Africa o dell’Oceania abbiano molta più verità, siano molto più vicini a quanto cerchiamo di una scultura di Michelangelo o di Donatello o di un altro scultore dell’arte tradizionale dell’Occidente.”

L’abbandono del surrealismo è per Giacometti, nel 1935, la comprensione di un fallimento. Un fallimento inteso come mancato contatto con la realtà. In un’intervista del 1963 con Jean Clay, questo concetto è molto bene esplicitato. “Il surrealismo rappresentava l’avanguardia. All’epoca era l’unico movimento un po’ interessante. Ma dopo qualche tempo ho sentito che avrei finito col farmi incastrare. Nostro malgrado ci si lascia prendere dall’esteriorità, si ha voglia di guadagnare, far carriera. Si entra in competizione con gli altri. Si lavora per stupire, oppure ci si ripete. Fa delle varianti, mi sentivo dire quando ero a terra, quando non facevo più alcun progresso. Mi ero messo su una brutta strada. Ho dato un taglio netto. Ho rinunciato a una mostra a Londra che avevo già pronta. Dimenticando di aver già fallito una volta, ho deciso di ripartire da zero, di rituffarmi ancora. Basta con l’immaginario, finito. Mi sono preso un modello, nell’atelier, per quindici giorni. Volevo fare uno studio, copiare e basta, senza nessuno sforzo di interpretazione. Cinque anni dopo non avevo ancora finito.”

Ricominciare, riscrivere il proprio alfabeto, riandare al momento primo della conoscenza, al momento in cui tutte le strade sono possibili, tutte aperte, nessuna esclusa. Giacometti riparte dall’importanza dello sguardo e lo sguardo che si posa sul volto, perché nel volto si riconoscono i fenomeni molteplici. “Non si gira attorno a un uomo come attorno a un albero”, aveva dichiarato. Per testimoniare, se ancora ce ne fosse stato bisogno, come il volto sia il mistero, rendendo possibile, attraverso il visibile, la visione dell’invisibile. Quasi l’impazienza di esserci, nei volti, di veder apparire, di manifestarsi, di schiudere le porte del mistero.

E il mistero più grande è certamente per Giacometti l’insensatezza e l’inevitabilità della morte. Il suo non concepito senso. I volti sono per lui uno scambio con la morte, un prestare quegli stessi volti alla morte, per giungere in un luogo, evocato tutto attorno alla figura, che non si conosce. Non è un caso che Giacometti ammiri i ritratti del Fayum, che stanno su un limite, si affacciano su un confine che comunica proprio con il luogo non conosciuto della morte immaginata. C’è un episodio, per chi conosca la vicenda biografica di Alberto Giacometti, più volte ricordato e al quale egli attribuisce un’importanza decisiva. Durante un viaggio in Italia, nel 1920, l’artista conosce, sul treno da Paestum a Pompei, un vecchio bibliotecario olandese. L’anno seguente, quest’ultimo, attraverso un annuncio su un giornale, cerca di rientrare in contatto con l’artista, per viaggiare insieme nel Tirolo. Dopo essere salito in montagna e avere superato un passo, il bibliotecario però muore, a seguito di una breve agonia, in una stanza d’albergo, davanti a un Alberto impietrito e pieno di paura.

Nell’intervista a Clay del 1963, così ritorna su quell’episodio: “La morte, me l’ero sempre immaginata come un’avventura solenne. E invece, fu come un monito. C’erano state troppe coincidenze: l’incontro, il treno, l’annuncio sul giornale. Quasi che ogni cosa fosse stata preparata apposta affinché potessi assistere a quella fine miserevole. Quel giorno, improvvisamente, la mia vita si è capovolta, né più né meno. I bambini hanno una tale sicurezza…Si ritiene di essere al mondo per sempre. E chi, d’altra parte, non pensa di stare al mondo per sempre? A vent’anni per me tutto è diventato fragile. Da quel giorno non ho mai più potuto addormentarmi senza una luce accesa, né andare a dormire senza pensare che non mi sarei svegliato mai più. Questa storia ha continuato a ronzarmi nella testa. Un tale senso di precarietà…Che un uomo debba crepare come un cane!” E del resto, questo fatto si associa a quello legato alla morte del portinaio del palazzo parigino nel quale Giacometti aveva lo studio. L’artista nuovamente si sconvolge: “In piedi, immobile di fronte al letto, guardavo quella testa divenuta oggetto, minuscola scatola, misurabile, insignificante. Pur sapendo che non era vero, ebbi la vaga sensazione che T. si trovasse dappertutto, dovunque salvo che nel miserevole cadavere steso sul letto, atterrito all’idea di sentire una mano gelata che toccava il mio braccio.”

Il volto quindi si stacca quasi dal corpo, per assumere una sorta di evidenza universale. Dipingere o modellare la testa di Diego è per Alberto dipingere o modellare l’intero mondo dei vissuti. Individualità e moltitudine si fondono in un’unica immagine, che ha a che fare con il senso ultimo del mondo. La presenza, sulla tela o sul foglio da disegno, del volto così strutturato, così sparso di segni e sgorbiature come sono i ritratti di Giacometti, apre al raggiungimento di una somma del vissuto, e così facendo, per l’enorme premere della realtà, alla realtà dell’invisibile. Ma Giacometti non può essere interessato alla resa fotografica del reale, egli non è realista. Mostra invece tutto il suo interesse, innestandovi la sua passione, per l’eco della realtà nel volto, quel vento leggero che attraversa misterioso gli occhi e lo sguardo che vi promana. Coglie così nel soggetto la sua verità.

Non può essere quindi la fotografia a riprodurre, perché nel volto occorre riconoscere l’idea della profondità. Quello spazio che lo sguardo autorizza e che l’artista deve cogliere per la via della poesia frantumata e straziata. Giacometti individua un momento preciso in cui fa questa scoperta della profondità: “Ma la vera rivelazione, lo choc che ha ribaltato la mia concezione dello spazio e che mi ha spinto una volta per tutte sulla strada dove oggi mi trovo, l’ho avuta nella stessa epoca, nel 1945, in un cinema. Stavo guardando le attualità. Improvvisamente, invece di vedere delle figure, delle persone in movimento in uno spazio tridimensionale, ho visto delle macchie su una tela piatta. Non ci credevo più. Ho guardato il mio vicino. Era fantastico. Per contrasto, acquistava una enorme profondità in cui tutti siamo immersi e che non notiamo perché vi siamo abituati. Sono uscito dal cinema. Ho scoperto un boulevard Montparnasse sconosciuto, onirico. Tutto diventava altro. La profondità trasforma le persone, gli alberi, gli oggetti. Regnava un silenzio innaturale – quasi angoscioso. Perché la situazione della profondità genera il silenzio, affonda gli oggetti nel silenzio. Quel giorno ho capito che la fotografia o il cinema, di ciò che è davvero la realtà non restituiscono nulla, e soprattutto non la terza dimensione, lo spazio.”

E questa profondità Giacometti pensa di poterla cogliere soprattutto nel volto e ancor di più negli occhi dove lo sguardo accade. Occhi che sono il peso ultimo rimasto dell’apparizione che era di una figura. In quegli occhi tutto confluisce e si indirizza, e come nei ritratti di Diego il volto si macera, cancellato com’è. Il volto si fa cratere del tempo, dal quale esce lava bruciata ma nel quale la vita si rifugia. Il volto si fa qui, adesso. L’ultimo istante di un tempo possibile. Dunque il volto, e il suo sguardo, sono nella situazione del pericolo, perché ciò che accade confina con lo spazio della morte, ciò che accade mostra in ogni modo la fragilità, la non consistenza, lo sgretolamento. Come il filo che il ragno tesse nella sua tela, basta un niente perché tutto scompaia e sembri mai esistito. Il volto è l’attesa della comparsa del pericolo.

In questo modo, il volto nella pittura e nella scultura di Giacometti fonde nel presente il passato e il futuro, dando luogo a un tempo intermedio che è il precarissimo equilibrio di una cenere che si asciuga e si rapprende sublimando un ultimo, tragicamente fatato, equilibrio di natura. Nel volto il mondo allora non si fa più riconoscere, perché il volto è solo volto e solo sguardo. O forse il mondo è tutto assorbito nel volto, tutto in esso impastato e per questo Giacometti ce lo mostra così, privo di uno specchio che rimandi l’immagine. In lui il volto diventa l’esperienza assoluta, l’irraggiungibile, il nulla arditamente nominato. Perché nello sguardo si riconosce il centro della figura, ciò a cui tutto tende, il passato come il futuro, la memoria come la previsione. Lo spazio che una volta nominato diventa sacro, e che si erge come punto di confluenza dei molti fiumi, dei molti affluenti. Si isola perché esso sia la raccolta dello spazio attorno. Che infatti è buio, è grumo di notti, è lieve e impercettibile baluginio tra il nero e il grigio dell’antica pietra, nell’antro giacomettiano che rievoca i suoi anni d’infanzia.

E quando Giacometti scrive, nell’introduzione al suo Paris sans fin, di voler “comprendere un po’ la radice di un naso in scultura”, immagina di voler descrivere quel punto del corpo che è quasi privo di struttura, per aprire alla dimensione dell’immenso. Descrivere il luogo, come ha detto benissimo Bonnefoy, “dove la vita, la vita più personale, si separerà, il giorno della morte, dalla materia anonima per dissolversi per prima.” Perché più Giacometti si avvicina allo sguardo, più si fa nei pressi dell’occhio con il suo sguardo, meno la realtà nei suoi dati classificabili si fa percepibile. Per troppa vicinanza si giustifica l’effetto di uno sfocamento, che apre spazi infiniti e inconoscibili, come fossero sabbie di dune del deserto o gialli mari turneriani. Di questa materia è fatta infine la visione di Giacometti. Si attua una riduzione progressiva del reale, di tutti gli elementi che lo compongono e lo reggono. L’eccesso di visione, la sua sovrabbondanza, a Giacometti fanno paura. Ciò che importa è cogliere l’essenza nell’unicità della visione. Percepire la regola universale. E tutto ciò, nello sguardo dedicato a un volto. E nello sguardo che il volto allo sguardo restituisce. Come dentro una corrente d’amore. C’è un’eternità, forse una delle eternità possibili, nei volti di Giacometti, nella loro presenza che diventa assenza. In questa eternità annunciata, c’è il senso di un perdersi, con il volto come sola, unica traccia.