I colori delle stelle

Il romanzo di Marco Goldin

dal 15 novembre, disponibile in libreria e negli store digitali
edizioni Solferino

La sedia di Gauguin ad Arles

(brano tratto dal romanzo di Marco Goldin, I colori delle stelle)

[...] A Gauguin, che era tornato e gli aveva riferito di un incontro con Roulin in piazza, Vincent chiese per quel giorno di fermarsi in cucina o in camera, ma di non entrare nello studio. Voleva restare solo, dipingere una cosa e sentire un respiro. Quando ebbe finito il quadro con la sua sedia, lo mise in un angolo, perché non disturbasse il suo guardare. Era venuta sera, aveva acceso la lampada a gas sul muro a nord e c’era un chiarore che si diffondeva, come di un piccolo incendio. Prese l’altra sedia, quella sulla quale aveva posato la signora Ginoux, e la collocò nella stanza di modo da non vederla di fronte ma appena ruotata verso sinistra. Era la sedia con i braccioli, più elegante, quella che aveva acquistato, assieme alle altre dodici, apposta per il pittore Paul Gauguin. Le sue linee curve gliel’avevano fatta sembrare maggiormente seducente. Gli era sembrata subito quella destinata all’amico che giungeva da lontano, carico di gloria se paragonata alla sua.
Immaginò per quel secondo quadro un’atmosfera completamente diversa. Del resto, il lume sulla parete faceva già il suo effetto e la notte da fuori premeva sui vetri. Come per entrare e dichiararsi. Oppure per restare in silenzio e respirare con passione. Non pensava più al giallo e all’azzurro, ma al rosso e al verde, i colori che aveva utilizzato per il suo Caffè di notte, assieme al rischiarare artificiale. Cerchi di sole a illuminare il regno notturno, proprio il regno delle passioni. Gauguin era ben diverso da lui, e tutto ciò bisognava che si capisse, anche se c’era solo la sua sedia e poco altro.

Decise allora di cambiare il sentimento dello spazio che voleva rappresentare. Il sentimento. Un luogo chiuso, non riconoscibile, quasi astratto, con l’effetto esagerato del lume a gas sul muro, e l’aveva fatto nel Caffè di notte. Fiocchi di cotone giallo come la ruota di un pavone nel sole. E un pavimento che non ricordava più quello dello studio, ma sembrava piuttosto la calda colata di un vulcano, e perfino ninfee a galleggiarci sopra. Il legno azzurro e rosso della sedia, il verde della parete di fondo, senza porte e senza finestre. Così gli era sembrato giusto fare in quella notte. Dipingere la sedia vuota di Gauguin, e solo due libri e una candela accesa appoggiati sopra. Una candela e la sua fiamma, come la luna davanti al sole.

Dipingere la sua assenza, il timore del suo giudizio, il fascino e l’incantamento comunque di quel vuoto. Di quel vuoto che sentiva riempirsi di uno sguardo e di una notte che seguiva altre notti, vocianti e infine silenziose. Perché si poteva esserci senza essere, si diceva. Come quando si è amato e si continua ad amare anche in assenza. Andati via.


[Vincent van Gogh, La sedia di Gauguin, 1888 / Amsterda, Van Gogh Museum (Vincent van Gogh Foundation)]