L’albero e il cielo
Marco Goldin
[ultima parte del saggio di Marco Goldin]
E dopo avere raccontato la storia di Zotti, vorrei brevemente tornare, per un appunto finale, a quel suo tempo per me magico che sono gli anni ottanta. Cui questa mostra riminese è volutamente dedicata, con una scelta di circa trenta dipinti. Ho parlato talvolta di quel particolarissimo “naturalismo” che fa del pittore triestino, nel tempo della nascita della Transavanguardia, un vero unicum nel panorama italiano. Mentre egli veniva coniugando – sia detto, con maggiore maestria pittorica rispetto a quegli artisti diventati così famosi – il senso del mito con quello della sua educazione veneziana. Avendo assorbito tutta la nebbia dei canali e delle calli, dei campielli, che tanti secoli prima Tiziano e Tintoretto avevano attraversato nottetempo. Quella nebbia densa e profonda si disfaceva in sere e crepuscoli, in improvvisi pleniluni, di cui la pittura di Zotti di quel decennio reca meravigliosa testimonianza. La frustata secca di un inquadramento prospettico tipico degli anni settanta, si dilata e si addolcisce, riverberando. Non sono pochi i dipinti di intonazione quasi notturna, dove le ombre attraversano gli spazi, ne prendono possesso, li dichiarano nel silenzio. Quadri, questi degli anni ottanta, certamente tra i più belli dell’intera pittura italiana di quel decennio, con un sentimento dell’attesa davanti alla Storia che era tipico, solo per fare un esempio di decisa qualità, dell’opera di Ruggero Savinio.
Zotti intacca la notte di segni, svelle dal profondo le fondamenta di un vuoto psicologismo e si affida invece a un canto che collega con la sua eco il mondo della natura e il mondo del sogno. Così, tra questi due estremi, che tra loro si armonizzano, si gioca la vibrante adesione a un luogo. Che non è mai definito, né mai è definibile. Sono stupefacenti cieli tatuati di muffe, incanti di buio, tremori di stelle, scoscendersi di nuvole e lune. Perché tutto sia un’apparizione, l’imprevisto del tempo, la sospensione della figura in un mondo. E c’è un quadro, bellissimo, La barca (1985), che sembra così sintetizzare questa forza segreta che spalanca un aldilà che però vive sulla terra, ne è parte integrante. Un altrove che si conficca, uncinando, nel momento dell’essere nel tempo. La moltitudine di Pessoa fattasi d’incanto un uomo solo. Un uomo solo che ha attraversato e ha navigato. Ha conosciuto. Un uomo adesso solo che rema ritto in piedi su una piccola barca, su un’acqua chiara invasa dal lume della luna. Ma soprattutto davanti a una mirabile tenda che cala dall’alto, che cala dal cielo. Un drappo d’aria rappresa in colori, un mantello fiorito come poche volte abbiamo visto dipinto. La gloria di una rappresentazione. Di sé e dell’aria. L’atmosfera.