NOTA SULLA MOSTRA
- Questa mostra, attraverso 134 dipinti provenienti da una trentina di musei europei e americani, e alcune collezioni private europee, è una vera avventura di nuova conoscenza, di sussulti continui e inattesi di bellezza che giungono dai luoghi più diversi dell’Europa. Nuova conoscenza perché mai si è svolta un’esposizione su questo tema e perché il catalogo che l’accompagna è la prima pubblicazione che organicamente studia l’influenza che la pittura francese ebbe nel secondo Ottocento sulle nazioni dell’Europa centrale e orientale. Con il contributo, per i saggi, di una quindicina di importanti studiosi e curatori di tutto il Continente. Occasione certamente unica per conoscere musei e collezioni che normalmente non sono, almeno alcuni, tra le mete prescelte dagli stessi storici dell’arte. E invece luoghi straordinari nei quali si conservano opere che sovente sono in grado di gareggiare per bellezza con quelle tanto amate e celebrate degli impressionisti francesi. Opere che però sono sostanzialmente ignote al pubblico e che nella mostra di Villa Manin offriranno a tutti l’opportunità di scoprire dipinti sempre posti nella dovuta relazione con l’arte francese che li ha ispirati.
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Per ogni Paese, dall’Olanda fino alla Russia, è stato scelto il museo che meglio di ogni altro poteva rappresentare l’identità della pittura nazionale, e dunque proprio da quei musei sono giunte a Villa Manin le opere. Dal Museo Mesdag all’Aia fino alla Tretjakov a Mosca. Ma l’identità della pittura di ogni singolo Stato ha in questa esposizione sempre il suo riferimento nello sguardo lanciato verso Parigi, quando non fossero stati i soggiorni, anche assai lunghi, che molti pittori fecero nel secondo Ottocento nella capitale francese. E dunque il senso vero della rassegna è dal continuo intreccio dei temi e delle figure, dal continuo intersecarsi dei motivi e dei rapporti. Vi si scoprono così pagine del tutto inesplorate di pittura e la visita alla mostra dà luogo alla costruzione di un nuovo, incantato romanzo.
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Senza isolare nelle diverse sale la pittura di ogni singola nazione, le quattro sezioni della mostra – “Boschi, campagne, case”, “Acque”, “Ritratti”, “Natura abitata” – sono il resoconto di un grande sentimento che nella seconda parte del XIX secolo attraversa l’Europa. Quel sentimento che vede nella scoperta della natura da parte degli artisti di Barbizon in Francia un punto di fondamentale novità. Il gusto per il cosiddetto plein-air - sulla scia di quanto aveva già fatto per esempio Constable in Inghilterra al principio dell’Ottocento, ma anche nel ricordo di taluni pittori olandesi del Seicento da Hobbema a Ruisdael - è uno degli appoggi fondamentali della nuova pittura. Quella novità cui guardano con estremo interesse, fino al punto da recarsi nella foresta di Barbizon, pittori per esempio rumeni o olandesi, tedeschi o svizzeri, cechi o ungheresi. Il senso del naturalismo nasce nella sua completezza dall’opera di Corot (e sappiamo bene quanto venne egli colpito dalla mostra di Constable che Parigi ospitò nel 1822, tanto da convincerlo, tre anni più tardi, a partire per l’Italia alla ricerca del motivo), di Courbet, di Daubigny, di Rousseau, di Diaz de la Peña, che poi si trasferisce nelle opere giovanili di Monet, Sisley, Pissarro, Renoir. Impegnati, questi ultimi, quasi nei medesimi luoghi, come la foresta di Fontainebleau, a rintracciare altre luci rispetto a quelle dei pittori della generazione precedente e a rendere più legata a una realtà trasformata la descrizione della natura, evitando le genuflessioni davanti alla scenografica e accademica natura di ispirazione storica, mitologica e religiosa.
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In questo intreccio tra Corot e Courbet da un lato, pur con le distintive peculiarità, e Monet, Sisley e Pissarro dall’altro, si inseriscono autori di ogni nazione d’Europa che declinano quel sentimento della natura in una lingua che al francese della pittura sta molto vicina. Su uno dei temi più affrontati, come quello del bosco, se ne ha chiara testimonianza. Allora a Corot, Courbet, Rousseau, Diaz de la Peña si affiancano due grandi pittori rumeni come Grigorescu e Andreescu, che a Barbizon vivono a lungo assorbendo tutte le caratteristiche principali della pittura di quelli. Ma ancora Paál a Budapest, vicino anche a certi paesaggi del primo Pissarro, che nella loro spoglia e distesa orizzontalità sono l’evidente necessità di catturare il sentimento dei luoghi. E ancora sul tema del bosco ovviamente alcuni esponenti della Scuola dell’Aia in Olanda (Maris, Gabriel, Mesdag, Mauve), forse nel suo complesso la più vicina, assieme ai rumeni, ai pittori di Barbizon. Ma anche le scuole russa, polacca e ceca, con alcuni dei loro rappresentanti migliori (Bogolyubov, Chelmoński, Chittussi), sentono forte questa consonanza di temi e sentimenti.
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E poi un insospettabile, giovane Hodler, fortemente attratto da Courbet che da lui viene visitato in Francia alla metà degli anni settanta. Ancora sul tema del bosco, come un grande quadro in mostra mette bene in evidenza. Hodler seguito a sua volta da un interessantissimo, e assai poco noto, altro pittore svizzero come Stauffer-Bern, a Hodler chiaramente vicino e dunque per li rami allo stesso Courbet, così maestoso e forte. O ancora Boulenger in Belgio, o appunto lo straordinario pittore polacco Chełmoński, presente tra l’altro con un superbo bosco innevato che viene raffrontato con i dipinti di neve di Pissarro e Monet. E solo avendo appena accennato ai primi nomi e ai primi rapporti, in quella che in mostra è la descrizione di un vero e proprio romanzo ottocentesco, con la sua immensa trama tra natura e figura, si comprende come tutto divenga davvero occasione di nuova e sensibilissima conoscenza.
- Perché poi, tenendo ben saldo il riferimento più determinante che è quello all’opera di Monet (presente in mostra con una dozzina di opere molto belle e sempre motivatissime, per istituire quei rapporti e quelle relazioni sopra cui si fonda questo progetto espositivo), si vede per esempio come gli si facciano vicino due tra gli autori più significativi di tutta l’esposizione, il ceco Chittussi e l’ungherese Szinyei Merse, entrambi lavorando su uno dei temi più congeniali a Monet, come la distesa dei campi fioriti. Questi due artisti saranno una tra le sorprese più belle sia per gli studiosi che per il largo pubblico, anche per certe loro scelte che talvolta sembrano addirittura procedere quasi di pari passo, dal punto di vista delle date, con gli impressionisti. Non sarà inutile osservare infatti nell’esposizione alcune tele affiancate di Monet, Renoir, Szinyei Merse ma anche Andreescu, anticipate da opere superbe del giovane Bazille, sul tema delle figure femminili (e in lui anche un nudo maschile rarissimo e straordinario) tra l’erba. Così come su questo, che è uno dei soggetti più famosi dell’impressionismo, prove di rara bellezza ha dato un altro pittore ceco presente in mostra, come Slaviček. O lo sloveno Sternen.
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L’ambiente di Praga è comunque uno tra i più fervidi per il rapporto con la Francia e Chittussi rimane il riferimento fondamentale, anche con alcune visioni della Senna, dipinte negli anni stessi di Monet, Sisley e Pissarro al principio degli anni ottanta. Così come il grande pittore russo Levitan trae, dal Monet di Vétheuil tra la fine degli anni settanta e l’inizio del decennio successivo, tutta la felicità di cieli colmi di nuvole che si specchiano sul fiume. Come talvolta farà anche Sisley nei suoi quadri più felici del suo pieno decennio impressionista. Mentre un altro pittore russo, Bogolyubov, sembra più vicino alla descrizione maggiormente puntuale del Boudin dei primi anni settanta. Fino a che giunge Van Gogh a trasformare, con le sue visioni della Senna a Parigi, l’idea di come un fiume possa essere dipinto. E comunque prima che sia la dissoluzione cromatica operata da Monet in alcuni più tardi dipinti a Vétheuil, nel 1901, uno dei quali presente a Villa Manin.
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E da un giovane Monet alla metà degli anni sessanta (quadro meraviglioso e rarissimo del 1864, proveniente dal Van Gogh Museum di Amsterdam), assieme a Courbet, Boudin, Daubigny e Lepic, si riparte per il racconto del mare, che trova un suo punto di eccellenza – oltre che per esempio in Artan de Saint-Martin in Belgio, ancora in Levitan ma anche Shishkin in Russia – in quel dipinto famosissimo che è il grande studio (una tela di oltre due metri) per il panorama di Scheveningen dipinto da Mesdag in Olanda, un altro tra i tanti, importanti prestiti per la mostra di Villa Manin. Ma poi come la costa di Normandia in Francia interessasse oltre che a Monet anche a tanti tra gli artisti dell’est europeo, lo vediamo per esempio in uno tra i maggiori pittori ungheresi del secondo Ottocento come Munkácsy, che la dipinge nel 1880. Così come al Monet che nel 1888 dipinge il Mediterraneo da Antibes, si affianca due anni dopo sulle stesse coste, Isaac Levitan. O nello stesso 1888 un pittore austriaco, in Italia del tutto sconosciuto, come Zoff.
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E poi le ultime due sezioni, ricchissime di opere e di capolavori, sul tema del ritratto e della figura nel paesaggio. A partire dal rapporto, con le immagini dei piantatori di patate, tra Millet e Van Gogh, con un suo grande e fondamentale quadro del periodo olandese, proveniente da quel tempio vangoghiano che è il Kröller-Müller Museum di Otterlo. Rapporto, quello tra Millet e Van Gogh, che interessa diversi altri pittori europei, come per esempio il ceco Brožík, che sullo stesso tema dei piantatori di patate realizza nel 1885 un dipinto di sensibile forza poetica. O i polacchi Szermentowski e Gassowsky. Ma poi corrono in sequenza opere bellissime di Courbet, Degas, Manet, tutte nell’ambito del ritratto che nasce dall’adesione al reale, nel continuo e palese confronto con autori come il polacco Rodakowsky, il tedesco Leibl, gli ungheresi Székely e Deák-Ébner solo per dire di alcuni. Prima che sia quell’interessantissimo rapporto tra certi ritratti degli impressionisti e il giovane Ensor, e poi anche Khnopff sempre in Belgio. Tra Corot e l’ungherese Géza Dósa e soprattutto tra i ritratti di bambini realizzati da Renoir nella seconda metà degli anni settanta e Korovin, Surikov e Serov in Russia.





