INTERVISTA AL CURATORE

INTERVISTA A MARCO GOLDIN

Che effetto le fa tornare a lavorare dopo tempo a Villa Manin?

Beh, prima di tutto l’effetto di essere invecchiato di quindici anni! Ma a parte gli scherzi, sono stato molto felice dell’invito che Enzo Cainero, Commissario straordinario della Villa, e Roberto Molinaro, Assessore regionale alla cultura, mi hanno rivolto. Con Cainero ho avuto una lunga consuetudine di lavoro a metà degli anni novanta, con una serie di mostre importanti – alcune anche a Villa Manin, e tra tutte mi è caro ricordare la grande antologica che dedicammo, nel 1996, ad Armando Pizzinato, artista e uomo straordinario, con il quale ho passato lunghe ore a conversare nella sua casa bellissima di Venezia, alla Salute – sulla pittura italiana del secondo Novecento.

E’ stata, quella, la fase che immediatamente precedette il principio delle grandi esposizioni internazionali che vado curando dal 1997. Essere tornato, oggi, a lavorare con lui a Villa Manin è un po’ come essere tornati in un bozzolo, nel giardino di casa, e questo mi piace molto dal punto di vista umano. Ho sempre ricercato queste consuetudini di amicizia, anche di fraternità talvolta, e sono quelle che normalmente mi fanno dare il meglio di me stesso. Mi lascio prendere fino in fondo dal sentimento della vita. Ho forti commozioni, la vita mi tocca profondamente, senza lasciarmi respiro. Per questo la parola, la scrittura, sono da sempre così importanti per me.

Appunto, parliamo allora del suo amore per la scrittura, del suo essere un critico, un curatore.

Già, quello che molto di più mi interessa nel mio lavoro. Ricordo ancora con emozione quando ne parlavano Testori sul “Corriere della Sera”, Tassi su “la Repubblica”, Soavi su “il Giornale”. Mi sembrava un miracolo che personaggi di tale importanza, che ho molto stimato, si soffermassero con tanta attenzione sulle mostre che andavo realizzando a Palazzo Sarcinelli, a Conegliano, sulla pittura italiana del secondo Novecento. Eppure accadeva. Le mostre internazionali, prima a Treviso e poi a Torino e Brescia, hanno di certo fatto mettere l’accento a molti anche su altre cose, ma quello che resta per me della mia passione per la pittura è soprattutto la parola, detta e scritta.

Veniamo allora a Villa Manin.

Villa Manin, luogo meraviglioso e decentrato, e inoltre non compreso nel perimetro di una città. Si tratta, per me e tutti i miei collaboratori, di lavorare su questo stare in limine, con progetti espositivi adatti a quello spazio magico che sente su di sé i confini. Che sono confini geografici ma anche di sentimento e pensiero. Oggi è una condizione nella quale mi ritrovo alla perfezione.

Parliamo adesso della mostra “L’età di Courbet e Monet”.

E’ un progetto a cui tengo molto, forte dentro di me e del tutto nuovo per l’intero panorama europeo. E’ giusto dire che nasce dalla suggestione della mostra che avevo curato a Torino nella stagione 2004-2005, su invito del Comune e della locale Fondazione Musei in vista delle Olimpiadi invernali del 2006. “Gli impressionisti e la neve. La Francia e l’Europa” resta una delle esposizioni che più hanno generato in me emozione, nata dal confronto che avevo operato tra la pittura di neve in Francia nel secondo Ottocento e la pittura di neve nelle altre nazioni europee negli stessi decenni. Ancora oggi resta nella memoria del pubblico in modo indelebile, pubblico che continuamente me la ricorda e che ha fatto andare esaurite già diverse edizioni del catalogo.

Nacque in quei mesi torinesi il mio desiderio di approfondire, con rassegne più specifiche e approfondite, il tema della pittura di singole aree del nostro Continente, per dare luce a quanto in Italia non si è mai visto.
Per cui l’invito di Villa Manin e della Regione Friuli Venezia Giulia a proporre temi di mostre di natura europea, è stato per me l’occasione tanto attesa di recuperare quella prima suggestione. E di poter quindi, e lo dico da storico dell’arte, studiare cose che mi erano note fino a un certo punto, viaggiando a conoscere musei che, pur io infaticabile viaggiatore dell’arte, non avevo mai visitato. Per dirla tutta quindi, è stata prima di tutto, anche per me, una importantissima occasione di nuova conoscenza, che adesso offro con adesione totale al visitatore di Villa Manin.

Come si articola l’esposizione?

Ho scelto una formula diversa rispetto alla mostra torinese del 2004. Lì avevo deciso di muovermi isolando nelle varie sale le singole presenze nazionali, e il visitatore, per apprezzare fino in fondo rapporti, relazioni e confronti aveva necessità di fare buon uso della sua memoria visiva. E semmai di fare un continuo andirivieni nelle sale stesse per verificare le sue intuizioni. A Villa Manin ho scelto invece di inserire le 133 opere che verranno esposte, in quattro grandi categorie tematiche, per cui si potranno vedere, l’uno a fianco dell’altro, quadri che sullo stesso tema autori francesi e di altri Paesi del centro ed est Europa hanno realizzato.

lungo assorbendo tutte le caratteristiche principali della pittura di quelli. Ma ancora Paál a Budapest, vicino anche a certi paesaggi del primo Pissarro, che nella loro spoglia e distesa orizzontalità sono l’evidente necessità di catturare il sentimento dei luoghi. E ancora sul tema del bosco ovviamente alcuni esponenti della Scuola dell’Aia in Olanda (Maris, Gabriel, Mesdag, Mauve), forse nel suo complesso la più vicina, assieme ai rumeni, ai pittori di Barbizon. Ma anche le scuole russa, polacca e ceca, con alcuni dei loro rappresentanti migliori (Bogolyubov, Chełmoński, Chittussi), sentono forte questa consonanza di temi e sentimenti.

Il rapporto è quello tra Francia e nazioni dell’Europa centrale e orientale.

Sì, perché questa mostra sarà la prima di un ciclo che darà conto di un tema che mi è piaciuto nominare “Geografie dell’Europa”. Partiamo con la indubbia, gigantesca influenza – e non poteva essere diversamente – che la pittura francese del secondo Ottocento ha esercitato su quei Paesi. Il nuovo naturalismo di Barbizon (da Corot a Courbet a Daubigny per fare qualche nome) e l’impressionismo poi, sono motori che accendono in maniera nuova le varie pitture nazionali. E’ la scoperta di una natura diversa, e non a caso è quasi più determinante l’esempio dei pittori di Barbizon che non di Monet e compagni, il cui magistero a distanza orienterà le scelte molto più in là nel tempo. E si può ben capire, dal momento che la novità impressionista mette molto più in crisi la grammatica semplice di certa pittura rispetto alla novità più domestica dei nuovi paesaggisti nella foresta di Fontainebleau.

Credo che per il visitatore sarà straordinario vedere allineati in una sola sala per esempio i boschi dipinti da Rousseau, Corot e Courbet e poi quelli dei giovani impressionisti come Sisley e Monet e poi ancora i boschi che sull’esempio del naturalismo a Barbizon, spesso andandoci veramente, realizzavano i pittori olandesi, svizzeri, rumeni, russi e così via. Sarà entusiasmante e, mi permetto di dire, anche molto semplice da capire. Anziché una lezione dalla cattedra, una bella lezione davanti alle opere. Per un percorso che al visitatore sarebbe altrimenti impossibile fare, dal momento che difficilmente avrebbe modo di spostarsi tra i musei di Mosca e Bruxelles, di Bucarest e Monaco, di Varsavia e Praga, di Boston e Budapest, di Amsterdam e Berna e così via.

Arriviamo dunque ai presiti per questa mostra.

Mai come in questa occasione, e lo dico con orgoglio, ho potuto constatare quanto il lavoro che ho fatto in questi ultimi dieci anni sia stato positivo in termini di contatti e di rapporti con i direttori e i curatori dei musei di tutto il mondo. Se il progetto scientifico di questa esposizione a Villa Manin era già quasi sostanzialmente pronto, il lavoro sui prestiti è cominciato invece a metà dicembre 2008, subito dopo la firma del contratto con Regione Friuli Venezia Giulia e Villa Manin. Nei cinque mesi successivi abbiamo fatto, con tutti i miei collaboratori a Linea d’ombra, un lavoro immane davvero, che ha portato al raggiungimento di 133 opere in totale da circa 40 diversi prestatori, musei sia europei che americani oltre che collezionisti privati.
Non è frase fatta dire che tutto ciò non sarebbe stato nemmeno lontanamente possibile se non avessi alle mie spalle la storia con i musei che ha contraddistinto gli ultimi dieci anni del mio lavoro. I tempi di preparazione di una simile mostra non sono normalmente inferiori ai due anni. E qui la difficoltà era ancora maggiore, perché vi era necessità di prestiti specifici per attivare confronti e rapporti precisi. Insomma, un quadro non poteva sostituirne un altro senza che le varie sequenze alle pareti ne risultassero compromesse. Per questo mi sento di ringraziare dal profondo del cuore i tanti musei che ancora una volta mi hanno dato fiducia e che mi consentono adesso di presentare in Italia una mostra nuova e non inutile, mai vista prima. Alla quale sono così intimamente legato.

Non vorrei tralasciare il fatto, che ritengo importantissimo, che per la prima volta si pubblica, per l’occasione, un catalogo che è piuttosto un intero volume d’arte sui rapporti tra pittura francese e del centro ed est Europa nel secondo Ottocento. I direttori o i principali curatori dei maggiori musei coinvolti hanno scritto i saggi sulla relazione pittorica tra la Francia e la nazione d’appartenenza d’ognuno, mentre a studiosi francesi ho affidato l’analisi di come i quattro grandi temi scelti per la mostra siano stati affrontati dai pittori di Barbizon prima e dagli impressionisti poi. Per me ho tenuto il saggio d’introduzione, che è una sorta di accompagnamento tra sala e sala alla scoperta delle affinità e delle consonanze nella pittura europea del secondo Ottocento. Un tema che da un po’ di anni non smette di affascinarmi. Completano il catalogo le schede critiche e tecniche di tutte le opere comprese in mostra.

Buon viaggio nella pittura allora…

Sarà certamente un viaggio pieno di fascino e di scoperte, da non dimenticare facilmente. I visitatori non ne resteranno delusi.

con la fondamentale collaborazione di:

© Linea d'ombra Libri 2010 – P. IVA 03746800261