Tra Italia e Spagna si gioca la prima, subito intensa, sezione della mostra, che parte da una umanissima, madreperlacea immagine del Cristo sorretto dagli angeli, in un dipinto tra i suoi più belli di Veronese, sul finire del XVI secolo. Immagine che nella sua perfetta armonia di sentimento quotidiano e tensione mistica, dà il senso più vero di cosa sia la pittura, non solamente celebrativa, di argomento religioso. Dialogo continuo e serrato tra un “qui e ora” e lo svariare di luci che conducono altrove dal mondo.
Come nel capolavoro di Francesco Cairo, e siamo nel Seicento inoltrato in terra adesso di Lombardia, con la decollazione di Giovanni Battista. In quel grande, allagato buio che in altre opere quasi struggenti del medesimo secolo giunge invece dalla terra spagnola. Dai Santi di Zurbarán, al Cristo flagellato di Murillo, al San Domenico in preghiera del Greco. Dove torna, meravigliosa e suadente, quella memoria notturna e lunare che proviene dall’esempio di Tintoretto visto e studiato a Venezia.
