Van Gogh

Tra il grano e il cielo

Vicenza, Basilica Palladiana
7 Ottobre 2017 - 8 Aprile 2018

di Marco Goldin

schede delle opere a cura di: Jos ten Berge, Marco Goldin, Cornelia Homburg, Davide Martinelli, Teio Meedendorp, Aukje Vergeest, Robert Verhoogt, Silvia Zancanella
cartonato, cm 22 x 28
pp. 360; 129 tavole a colori

Il catalogo della mostra

«Caro Théo, grazie per la tua lettera. Mi sei mancato i primi giorni e mi sembrava strano non trovarti rientrando a casa nel pomeriggio.» E poi: «La cosa più triste è che tutto ciò mi era stato dato da te con tanta fraternità, e che per molti anni sei stato solo tu a sostenermi. La bontà che hai avuto per me non è andata perduta, perché l’ho ricevuta e perciò rimane, e anche se i risultati materiali saranno modesti, essa a maggior ragione rimane, ma non riesco a dirti quello che sento.»
All’interno di queste parole brucianti, rivolte al fratello Théo in due punti lontani nel tempo – dagli inizi frastagliati, punteggiati da tante false partenze, sino alla scelta di dedicarsi alla pittura, che lo coinvolgerà profondamente sino alla morte – sta tutta racchiusa la vicenda artistica di Vincent van Gogh. Le sue speranze, il suo impegno, la sua lotta, le sue preoccupazioni economiche, le sue crisi, il suo scoraggiamento, la sua fede. Raccontata e reinterpretata in questo libro da Marco Goldin, alla luce di quell’anima e di quell’amore che scorrono come un filo rosso in tutto il suo epistolario, motivando l’intera sua opera, e che l’autore ha scelto come tema conduttore del libro, per “sfogliare” il tempo – poco più di dieci anni – di questo artista. Per procedere attraverso la sua vicenda accidentata ma dai risultati sorprendenti, proprio perché ha saputo assecondare quella consapevolezza interiore di sé, che lo ha aiutato a procedere per la sua strada anche quando poteva sembrare un’impresa impossibile. E allora dal disegno come «grammatica dell’anima», sino al pieno svolgersi della pittura sarà il lento forgiarsi di una «lingua necessaria e anzi indispensabile per parlare delle cose del cuore», che «poco per volta, in modo sempre più deciso, introducono la necessità di una lingua nuova per esprimersi, che dapprincipio è il disegno, ma con la certezza dello spirito che prima o poi verrà anche la pittura.»
La scelta di Marco Goldin non è dunque quella di isolare e commentare in modo catalogatorio i grandi temi che emergono dalle lettere e dalle opere – che pure sono importanti per comprendere la poetica e le motivazioni delle scelte artistiche –, quanto piuttosto quella di porsi da una diversa prospettiva, quella dell’anima. Quella che accompagna in modo commovente e coerente questo viaggio sino alla fine. «È caduta pioggia sull’estate a Auvers, il vento da est muove il cielo e le nuvole, sposta quel volo di corvi nella loro lenta sospensione. È quel levarsi il segno di una partenza, dentro una natura che si dona come un corpo compatto. Il corpo di un pittore si offre come segno dell’occhio che sente e della mano che vede. Si tratta di adagiarsi e stare, contemplare ancora e ancora e ancora. Non c’è altra possibilità che questa, qui sotto nuvole scure dove il giallo del grano sta sotto l’azzurro del cielo e il blu dell’acqua. Il pittore sente la pioggia come un canto, il sole per un momento si sospende, il cavalletto resta piantato a terra. Il cavalletto prende il vento come farebbe una vela verso l’immenso e si gonfia, del bianco di una nuvola improvvisa. Il pittore si siede, aspetta che venga il tempo e orientando il timone sceglie la rotta. Come a riprendere il viaggio. Per un’ultima volta dipinge il giallo e l’azzurro insieme, vicini. Il giallo del grano e l’azzurro del cielo e dell’acqua. Ondeggiare dello sguardo e del respiro. Il giallo come una prossimità e l’azzurro come una lontananza che dilaga. In un altrove.»