Storie dell'impressionismo

I grandi protagonisti da Monet a Renoir, da Van Gogh a Gauguin

Treviso, Museo di Santa Caterina
29 Ottobre 2016 - 1 Maggio 2017

Renoir, Mademoiselle Irène Cahen d'Anvers (La piccola Irene), 1880

Pierre-Auguste Renoir, Mademoiselle Irène Cahen d`Anvers (La piccola Irene), 1880 / Zurigo, Stiftung Sammlung E.G. Bührle / © SIAR Zurich (J.-P. Kuhn)

LE STORIE DELL’IMPRESSIONISMO
di Marco Goldin


DECIMA PUNTATA

Pierre-Auguste Renoir, Mademoiselle Irène Cahen d`Anvers (La piccola Irene), 1880
Zurigo, Stiftung Sammlung E.G. Bührle

Fra tutti i clienti di origine ebraica ai quali Renoir venne introdotto da Charles Ephrussi, banchiere nonché editore della “Gazette des Beaux-Arts”, nessuno era certamente più importante del banchiere Louis Raphaël, conte Cahen d’Anvers. La moglie, l’italiana Louise Morpurgo, era essa stessa proveniente da una famiglia di banchieri ebrei originari di Trieste. La coppia ebbe cinque figli, due maschi e tre femmine e da subito Renoir, incoraggiato da Ephrussi, spinse affinché le tre bambine potessero essere da lui ritratte. Cosa che effettivamente avvenne, come vedremo, in due quadri conclusi il primo nell’agosto del 1880 – proprio quello con Irene – e il secondo, con le sorelle minori Alice and Elisabeth, sul finire di febbraio del 1881.
Renoir era piuttosto orgoglioso del fatto che i suoi dipinti, di certo più audaci e schietti di quelli dei pittori accademici e di Salon, potessero essere appesi, nelle case meravigliose delle famiglie più in vista di Parigi, specialmente di ambito protestante e appunto di banchieri ebrei, vicini a quelli per esempio di Baudry, Carolus-Duran e soprattutto Bonnat, ritrattista che aveva una sua vena più che interessante tra realismo e intimismo. Renoir incontrò Ephrussi attraverso la mediazione di un’altra famiglia importante, quella dei banchieri di Paul Berard, che guidò a lungo i destini della Banca di Francia e che fece anch’egli ritrarre dall’artista impressionista la figlia.
Sempre Ephrussi, il vero e proprio mentore di Renoir tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, lo introdusse presso gli Charpentier, ai quali dedicò alcuni quadri famosi, tra cui il celeberrimo La signora Charpentier e i suoi figli (1878), che ottenne un premio importante al Salon dell’anno successivo. Jacques-Emile Blanche disse come “l’amicizia con Ephrussi gli valesse una clientela mondana, magari non pienamente convinta del suo talento, ma che gli prometteva un grande beneficio a riguardo dell’acquisto di quadri impressionisti”. Per chi era abituato alla fragranza classica dei volti e delle figure famigliari eseguiti dai pittori del Salon, pur avveduti come Bonnat, poteva sembrare eccessivamente audace la vividezza delle luci e la presentazione di verità contenuta nei ritratti di Renoir.
Sono questi tra gli anni più straordinari per il pittore, che includono, oltre al successo al Salon del 1879, anche i due viaggi in Algeria (1881 e 1882), il viaggio in Italia nella seconda parte del 1881 e il soggiorno con Cézanne prima (1882) e con Monet poi (1883) tra Provenza e Mediterraneo, dunque nell’ambito questa volta del paesaggio, e non senza ragioni di stringente bellezza. Ma l’attività ritrattistica parigina si impone come la maggiore tra tutte. Anche per il semplice motivo che quell’attività era la sola ben pagata, tanto che Renoir da un lato, e Bonnat e Carolus-Duran dall’altro, guardavano allo stesso tipo di famiglie, ovviamente proponendo modalità di lavoro assai diverse. Se Bonnat, “il re della rassomiglianza” come venne definito, era il vero e proprio sire della ritrattistica ufficiale, Renoir si guadagnava sempre di più il suo spazio navigando nelle acque di un modernismo che poco per volta dimostrava di prendere piede.
Va del resto considerato come la seconda parte degli anni settanta e la prima del decennio successivo, sia stato un tempo in cui egli diede vita ad alcune delle sue composizioni più ardite e nuove nell’ambito della rappresentazione della cosiddetta vie moderne. Insomma, Renoir sapeva essere contemporaneamente più classico quando serviva nelle opere su commissione per le grandi famiglie, e impressionista nel rendere gli effetti delle scene che offrivano l’immagine dell’attualità con gli assembramenti di gente all’aria aperta.
Fu sempre Ephrussi a convincere la signora Cahen d’Anvers a far posare le tre figlie femmine per i ritratti che Renoir avrebbe dovuto eseguire. La maggiore, Irene, posò da sola, mentre le due sorelle minori vennero associate in un’unica tela qualche mese dopo. La piccola Irene è certamente una delle prove più alte, nell’ambito della ritrattistica, dell’intera carriera di Renoir, e venne eseguita in due sole sedute, nella casa paterna di Rue Bassano a Parigi. La bambina, nella sua età di otto anni, veste un bellissimo abito di un blu chiaro e luminoso come si usava per le domeniche. Pur se apparentemente ambientato all’aria aperta, il pittore simula soltanto la collocazione nel giardino, mentre pone Irene davanti a una sorta di fondale scenografico di vegetazione e foglie, creando così un contrasto di complementari con l’arancio profondo dei capelli, che scendono in caduta armoniosa sulle spalle e sulla schiena, in una sorta di grande svaporio intrecciato. La posa non celebrativa, lo sguardo quasi interrogante e di certo più consapevole degli otto anni della bambina, rendono perfettamente il senso del più autentico ritratto impressionista.
Quando Renoir realizzò la sua prima esposizione monografica, da Durand-Ruel a Parigi nell’aprile del 1883, Théodore Duret, che introdusse con un suo testo il catalogo, scrisse come questo ritratto della piccola Irene fosse, con il suo sguardo sognante, il più bel ritratto che il pittore avesse selezionato per l’esposizione. La quale comprendeva settanta opere in totale, la più gran parte essendo stati proprio ritratti e figure en plein air. Lo stesso Camille Pissarro, dopo la visita alla mostra, prese atto del “grande successo artistico” e del fatto che quella che si svolgeva fosse “una meravigliosa esposizione”. Renoir era riuscito a far diventare Ingres una cosa moderna, al passo con i nuovi tempi. Come Ingres, anche Renoir dipingeva i volti della upper class, ma li immergeva nel circolo della vita contemporanea, contaminando la bellezza senza tempo con il senso del presente.
Egli aveva le idee ben chiare sulla bellezza di questo ritratto e dopo il successo della grande tela sulla famiglia Charpentier al Salon del 1879, scrisse a Ephrussi di come desiderasse che venisse presentato anch’esso al Salon, assieme al quadro nel quale avrebbe dovuto dipingere dapprincipio la sola sorella Alice, ma che successivamente divenne l’opera con le due sorelle minori che si tengono per mano, nei loro vestiti di pizzo e le fasce una azzurra e una rosa. Così i due lavori, il secondo dei quali terminato da Renoir appena prima di partire per l’Algeria, vengono effettivamente esposti al Salon del 1881. La famiglia Cahen d’Anvers non sembra entusiasta soprattutto del quadro con Alice ed Elisabeth, tanto che impiega un anno a pagarlo e tra l’altro per la somma modesta di 1500 franchi, posizionandolo in una delle stanze della servitù. Questa sembra essere l’opinione stessa del pubblico e della critica quando le due tele si vedono appunto al Salon, dove la piccola Irene attrae maggiormente l’attenzione. Quell’eccesso barocco del doppio ritratto in piedi delle due bambine, era invece la poesia semplice e misteriosa di uno sguardo che si apriva verso la distanza. . In quella posa ferma e insieme confidente che faceva di una bambina di otto anni, appunto Irene, un segno di vita nel mondo.