Quattro pittori per i Sillabari di Goffredo Parise

Treviso, Museo di Santa Caterina
29 Ottobre 2016 - 1 Maggio 2017

Introduzione

LA NATURA DEI SILLABARI DI GOFFREDO PARISE
di Marco Goldin


Dico la natura nel senso della loro struttura poetica. Ma anche la natura che ci avvolge, perché di paesaggio essi sono tutti intessuti, strizzati quasi nelle nebbie, nelle sabbie, nelle nevi, nei muschi, nelle gramigne, nei prati di medica, nei fiumi, nelle piogge, nelle calure. E un’infinità di altre cose ancora. Racconti tra i più belli che il secondo Novecento italiano ed europeo possa vantare. Gemme, profumi, silenzi e sospensioni, magie, segreti. I Sillabari toccano uno dei punti più profondi da un lato della semplicità della parola e dall’altro della semplicità dell’anima. O del cuore. Ma anche uno dei punti più profondi della complessità della parola e della complessità dell’anima. O del cuore. Poche volte, come nei Sillabari di Goffredo Parise, di cui nel 2016 sono caduti i trent’anni dalla morte, semplicità e complessità del dire, e del sentire, sono così intimamente legati, in un abbraccio indissolubile, che per questo li fa inarrivabili e irraggiungibili per tutti coloro che vi abbiano transitato nei pressi, cercando di imitarli. Troppa la grazia, troppo il senso del mistero, troppa quell’aura sospesa, profumata, perfetta, non mancante di nulla. Non si potrebbe aggiungervi, né togliervi, una sola parola.
Da tempo, di tanto in tanto pensandoci, e amando da sempre la loro poesia quotidiana e ugualmente immensa, e in essi dunque riconoscendomi, avevo desiderato che quei sentimenti evocati in poche pagine ognuno, potessero anche diventare immagine. Affidata a qualche pittore che amo. Quadri che dalle parole traessero spunto, a esse si affiancassero, senza disturbare, senza ingarbugliare, senza aggrovigliare. Ma lasciando libera la poesia da ogni polla in essi sorgente. La poesia della terra, del mare, dei fiumi, dei monti, delle campagne. La poesia spesso di un Veneto che non c’è più, di uomini e donne, di paesaggi, di sentimenti che fanno però, ancora oggi, la storia dell’uomo e il suo senso compiuto. Parise ha toccato, fino a che la forza della poesia lo ha sostenuto – come lui stesso ha scritto, interrompendo sul finire dell’alfabeto la composizione dei  Sillabari –, quel nucleo profondo, invisibile, indicibile, dove la luce della grazia del sogno sfiora, svaporando, la forza e la costanza del vivere. Egli ha saputo dar forma visibile a quel tanto di invisibile che i sentimenti custodiscono nel segreto. Quando la parola capisci che non basta, e si attorcigliano le frasi, tutto diventa inutilmente complesso. Parise nei Sillabari ha rotto miracolosamente questa schiavitù della parola e ha fatto diventare quella parola affaticata, immagine. Benedetta.
Così ho chiesto per primo a Matteo Massagrande di interpretare il racconto che nei Sillabari amo di più. Si intitola Malinconia. Mi dispiace averglielo dapprincipio quasi imposto, ma so che poi lo ha amato, ricavandone tre quadri meravigliosi. Nei quali il senso di un dilagare della luce della fine della stagione, della fine dell’estate, spazia verso ciò che è insieme luogo e tempo. Mai dimenticando però il punto di partenza, una colonia sulle colline vicentine, nella quale una bambina prova il sentimento serale del “mi viene da piangere”. Il senso e il sentimento del crepuscolo, che Massagrande ha dipinto come un annuncio, una luce sottratta che viene, prima che sia sera. Con la sua pittura di lucide gravità, di illividite cascate di un colore che si sospende, dove il gusto prezioso per la realtà tutta tramata di vita si unisce all’incanto di ciò che chiamiamo sogno. O previsione del futuro, o sospensione del mondo. In quel tempo infinito che si genera nel punto, e nel momento, in cui viene sera. E annotta.
Secondo tra i quattro pittori che ho tenuto in mente per questo arduo compito di illustrare più che una storia, dei sentimenti, è toccato il compito a Francesco Stefanini. Egli ha scelto il racconto intitolato Estate, per me uno tra i più belli compresi nei Sillabari. Basterebbe rileggere, ma anche ascoltare, la chiusa di quelle poche pagine: “La notte dormirono tra le bianche lenzuola che sapevano odore di aria mattutina, tenendosi per mano come dentro il mare. La finestra era spalancata e l’uomo guardò per molto tempo la luna: era luglio, poi venne agosto, e così passò l’estate”. E Stefanini, partendo da qui, ha evocato proprio ciò che accade al di fuori di una finestra. Chissà quale mai finestra nel mondo. O nel tempo. Ma dire accade potrebbe indurci in errore, poiché l’accadere sembrerebbe avere sempre a che fare con una storia. Che è quanto invece il pittore scansa, allontana da sé. Ciò che Stefanini mostra è quasi un paradosso, poiché egli si fissa, dipingendo, su un visibile dell’invisibile. E fa quindi diventare pittura ciò che apparentemente si nasconde. Eccolo quindi concentrarsi sulla sola luce che fiammeggia, o abbruna, al di là del limite, aperto, di una finestra. Un confine. E quella finestra farla diventare il luogo di un attraversamento, lo spazio che connette, nel segreto della luce, il qui dove la vita accade e il lontano dove la vita fluisce.
Giuseppe Puglisi è giunto per terzo. Si è seduto in un punto lontano dell’Italia a guardare il cielo. Distante però da dove Goffredo Parise aveva scelto di ambientare il suo racconto, Casa: “Una sera di dicembre in una casa di campagna italiana non lontana dai monti coperti di neve una famiglia cenava”. E in questa breve frase è già detto tutto, nella folgorante semplicità di un mondo che ha insieme confini e percezioni d’infinito. Il traffico cadenzato e rituale della vita nella casa, la sera, nel seguire che fanno le stagioni il loro corso, imperturbabili, turbate. Si sale una scala, “a vedere la stufa e a sentirne il calore”, mentre in basso rimane quel ronzio appena udito che è il tic toc del tempo, e la fessura dentro la quale si infila una storia di gente comune.
Puglisi ha dipinto tre quadri bellissimi, su questo senso dell’appartenere a un mondo che insieme conosciamo e non conosciamo. E ha cominciato proprio da una fessura, una fessura di azzurro profondo che scende da un cielo serale. Un grande golfo di spazio celeste ammantato di quel bianco, immenso chiarore che tu capisci essere animato dalla luce della luna. Come un respiro. Che non si vede ma si sente nell’aria, dietro vaste chiome d’alberi. O previsione di neve nell’alto dei cieli. Bianco, e ancora bianco, fino al momento in cui il bianco finisca. Ma non sarà mai. E si disperdono nell’aria, galleggiando leggere e sospese, piccole ali come piume, o faville argentate di una neve che giunge dalla distanza dell’universo chinato.
E’ in questo modo che Puglisi incontra Parise, lo legge nella sua profondità, in quel suo senso di stupore infantile davanti allo spazio, davanti alla natura, nell’insidia che la vita mette nel trascorrere del tempo. E allora possono essere quadri questi di cielo, l’andito delle scale in penombra mentre una figura si sente più che si vede, oppure i mattoni ancor più rossi perché quasi accarezzati, come una pelle, dalla luce del tramonto. Luce che da qualche parte accade, mentre un’ombra si posa e si fa essa stessa intreccio di rami verso sera. Nell’odore della campagna e del fiume.