Canto dolente d'amore (l'ultimo giorno di Van Gogh)

Sette quadri di Matteo Massagrande per un monologo teatrale di Marco Goldin

Vicenza, Basilica Palladiana
7 Ottobre 2017 - 8 Aprile 2018

Lettera per Marco

di Matteo Massagrande

Caro Marco,
nel tuo scritto che avevo ricevuto quella mattina, c’era una frase che mi aveva convinto immediatamente a dire di sì alla tua proposta di dipingere sul Canto dolente d’amore: «La sua anima aveva sfiorato la mia, per un contatto lieve, forse accidentale o forse no, ma l’aveva sfiorata.» Io ci credo che queste cose accadano continuamente.
Una cosa simile era successa a me. Da qualche settimana lavoravo nel mio studio ungherese, in luglio. Era mia abitudine fare lunghe passeggiate alla sera in campagna. Era il periodo della mietitura. La mietitura ha la capacità di cambiare anche il colore del cielo e tutta la luce del paesaggio circostante risente della sua magia. Erano giorni nei quali mi fermavo al limitare di un campo di grano. Non è immenso, anzi direi quasi intimo, si trova appena fuori dal paese, su tre lati è circondato da alberi. Eppure, mi costringeva a fermarmi a lungo ogni volta che ci passavo vicino. E guardavo il suo colore strano, tra il ramato dei raggi serali e le ombre cangianti violette e azzurre e pensavo alle Spigolatrici di Millet e dopo inevitabilmente a Van Gogh. Poi sono andato a casa e ho trovato da leggere il Canto dolente d’amore e mentre lo leggevo vedevo il campo che guardavo da giorni entrare nello studio e sedersi vicino a me. Ne sentivo perfino la polvere che sale durante la mietitura…
(Il primo libro d’arte che ho ricevuto in regalo me lo portò da Amsterdam mio fratello. Un piccolo libro illustrato su Van Gogh. Avevo dodici anni. Mi ricordo che c’era una ragazza sotto un albero, gli scarponi, il caffè di notte e la stanza con la sedia. Io, che accompagnavo spesso mia madre in chiesa, vedevo solo immagini sacre. Non immaginavo che nei dipinti ci potesse essere anche una sedia protagonista e la trovavo d’incanto una cosa bella. Ovviamente senza saperne il perché, ma ha sfiorato la mia anima, questo è certo. Non fu un amore a prima vista con Vincent, come più tardi mi accadde con Velázquez, Tiepolo, Mantegna. È accaduto solo molti anni più tardi, e non guardando i suoi dipinti. È stato leggendo e rileggendo le lettere al fratello Théo che ho capito non solo pittoricamente, ma fino alle viscere la sua pittura. Attraverso le sue parole e i suoi disegni ho sentito l’umiltà religiosa e il senso della sua missione d’amore. Ciò con cui si donava al mondo.)
Il tuo Canto dolente è un inno all’Amore.
Leggendolo, verso dopo verso, vedevo già i quadri. I tuoi versi non descrivono o analizzano dipinti, ma suscitano immagini. Ho letto e riletto tante volte il Canto dolente d’amore, dopo la prima volta in Ungheria. Anche ad alta voce, perché una poesia letta ad alta voce diventa una cosa viva, come se dialogassi davvero con qualcuno fisicamente presente.
La parola dolente… abbiamo parlato spesso in questi anni del dolore nell’arte. Non inteso come sangue, carne, viscere esposte, ma come un sentire filosofico e profondo del sentimento umano forse più intenso, quello del «è talmente bello che fa quasi male», e penso all’universo con le sue stelle. O il suo opposto del «talmente doloroso che si sublima in bellezza», e penso a Grünewald.
La cosa che collega i due stati (o che li distingue) è l’armonia. L’armonia è la cosa più semplice da immaginare e la più difficile da descrivere.
Il tuo Canto dolente commuove per l’amore che Vincent ha rincorso per tutta la vita e affascina per la forza con cui non smetteva di cercarlo. Hai trovato un’armonia nei versi e nella forma che mi ha fortemente aiutato a individuare i soggetti da scegliere tra i tanti possibili nella tua poesia. Come dice Attila Jòzsef, «Tante sono le verità quanti gli amori.» Ecco, penso che leggendo il Canto dolente d’amore si riconosceranno in molti, guardando la figura di Van Gogh: quelli che vivono un amore così bello che fa quasi male e quelli che vivono il ricordo o il desiderio di un amore che non hanno avuto ancora o forse non avranno mai. Il tuo Canto dolente d’amore è verità.
Grazie, Marco, con affetto.


(dal catalogo della mostra Canto dolente d’amore. L’ultimo giorno di Van Gogh)