Canto dolente d'amore (l'ultimo giorno di Van Gogh)

Sette quadri di Matteo Massagrande per un monologo teatrale di Marco Goldin

Vicenza, Basilica Palladiana
7 Ottobre 2017 - 8 Aprile 2018

La mostra, allestita nell'ultima sala del percorso espositivo, è visitabile con il biglietto di Van Gogh. Tra il grano e il cielo.

L'odore della sera

di Marco Goldin

Per un anno e mezzo mi sono aggirato attorno alla vita e all’opera di Vincent van Gogh, nel momento in cui andavo su di lui preparando una nuova mostra. Nei pressi prima, e poi sempre più a contatto con la sua vita bruciante, che mai come in questa circostanza risultava il centro del mio cammino. Del mio mondo. Perché non più nei pressi, ma a contatto con la sua anima avevo sperato di trovarmi. O meglio, non per un desiderio o ancor di più per un calcolo, ma per qualcosa giunto in via naturale, come accade per ciò che è segnato nel libro delle ore d’ognuno. La sua trama di vita mi usciva dalle mani e dal cuore, si rovesciava nel risvolto interno dei miei occhi, e così facendo premeva per scaturire da ogni dove e verso il dovunque. Non c’era misura in questo, eppure una misura andava trovata. Quella regola che sempre deve correggere l’emozione.
Ho curato diverse mostre su e attorno a Van Gogh negli ultimi quindici anni, ogni volta spremendo un succo che sapeva inesorabilmente di verità mai contraffatta e invece sempre a contatto con la dimensione dell’anima, con la parte più interna della profondità del pittore. Se è vero che ogni sosta è diversa, ogni sosta che si fa a contatto con il pensiero più personale di un artista, è anche vero che c’è una volta in cui scatta una magia, s’impone in modo non esibito un segreto e allora senti il bisogno di raccontare quella magia come mai avevi fatto. Come mai forse avresti pensato di esprimerla. Credo che una simile cosa mi sia capitata in questa circostanza, essendomi trovato, quasi senza accorgermene, a raccontare prima di tutto la vita, di Van Gogh, e da lì facendo uscire l’opera, disegno o pittura. E non che la sua vita, ovviamente, non fosse entrata anche nelle mostre che a lui avevo già dedicato, ma non con tale forza, non con questa travolgente adesione soprattutto all’anima. Le sue lettere, d’anima, sono intrise, inzuppate quasi, dalla prima all’ultima, che gli venne trovata in tasca, mai spedita a Théo.
Così, in modo naturale, cammin facendo, mi sono messo sempre di più dalla parte dell’anima. E da quella finestra ho guardato il mondo, il suo e non solo, l’esito del destino. Non lo nascondo, tante e tante volte con commozione, fino alle lacrime. Guardavo uno sguardo che guardava il mondo e che guardava l’amore. Facendolo attraverso l’anima. Allora ho pensato che una mostra sulle sue opere potesse anche non bastare. Arditamente, ho pensato questo. Ma senza presunzione alcuna, ve lo assicuro. Eppure, mi dicevo, le sue opere sono già abbastanza, belle e terribili, piene di odori e di suoni, piene di silenzi e grida, piene di lune e soli, piene di grano e cielo. Piene di notti e stelle, quando si guarda verso l’infinito e verso l’immenso. E si hanno occhi davanti. Piene di tutto della vita. Ma la sua anima aveva sfiorato la mia, per un contatto lieve, forse accidentale o forse no, ma l’aveva sfiorata. E sfiorandola, aveva determinato in me il desiderio di un’altra storia, e la necessità di dire sentivo sempre più chiaramente che doveva esprimersi in un altro modo.
Così, ho iniziato a pensare a come avrei potuto raccontare questo contatto, questo gong silenzioso che sentivo suonare e vibrare in me, guardando i suoi disegni, i suoi quadri, leggendo le sue lettere. E amando di un amore nuovo la sua vita. Perché c’è una cosa fondamentale per me da dire e che fa mai uguale ogni mostra, che fa ogni mostra per me un’avventura dell’emozione e dello spirito. Ed è che ogni progetto cade in un momento diverso della vita e mai nessuno è identico a un altro e se adesso, in quest’anno, racconto Van Gogh così, fra qualche anno so che non sarà la stessa cosa. Ed è questa la bellezza della creazione, che non è mai uguale a se stessa e sempre segue i movimenti dell’anima e infine ne è espressione. Noi non saremo mai le stesse persone che hanno intrapreso il viaggio, e avanti, noi siamo viaggiatori perché ogni stazione ci cambia e da ogni stazione ripartiamo, quando la vita che viviamo è verità e anima. E da ogni stazione ripartiamo portandoci dentro quello che abbiamo vissuto e che ci ha cambiati. E per chi ne abbia la possibilità, viene il momento, indifferibile, di raccontare. Non se ne può fare senza, perché sarebbe una lacerazione non farlo.
Ecco, ho voluto raccontare Van Gogh anche in questo modo, nel modo che vedete raccolto in questa mostra e in questo libro. Prima, ho scritto un monologo per il teatro, nel quale è Van Gogh, sotto l’ultimo albero della sua vita, a parlare. A parlare d’amore. Un amore irrisolto, mai veramente vissuto. Quell’albero è per qualche momento il centro del mondo, il luogo dove tutto converge dell’universo. Se ne sta andando da questa terra un uomo che ha lasciato una scia perenne, ha lasciato un segno che non potrà mai essere dimenticato. Per questo così tante persone provano così tanto amore nei suo confronti. Ho scritto quel monologo nella scorsa primavera, di getto, un sabato pomeriggio. Poi, passati un paio dimesi, l’ho prima corretto in alcune sue parti e successivamente del tutto riscritto in altre.
E’ stato nel momento in cui l’ho ripreso in mano, che ho provato un desiderio, questa volta sì davvero un desiderio, forte. Che un pittore potesse non illustrarne alcune scene, che pure mi sembravano non mancare, ma che ne facesse canto egli stesso, e canto colorato. Allora ho pensato a chi potesse vivere questo stesso sentimento, questo medesimo spirito. Quello che avevo messo dentro, vita bruciante, nel Canto dolente d’amore di Van Gogh. Ho deciso che questo pittore non potesse che essere Matteo Massagrande, che stimo e amo per le immagini che crea, ma anche per l’urgenza vera e autentica di fare pittura dentro il mare largo, e a volte doloroso, dei sentimenti. A quel punto gli ho detto più o meno così: “Io ho scritto questa cosa, leggila prima di tutto e dimmi cosa ne pensi. Poi, se avrai voglia e se ti sembrerà di sentirne a tua volta il desiderio, prova a isolare alcune scene e a pensare se ne potresti ricavare qualche quadro. Non ti dirò più nulla, nemmeno ti chiederò quali stanze del Canto avrai scelto, perché questa pagina dovrà essere una musica suonata a quattro mani. Io ho scritto e tu dipingerai. Ci ritroveremo solo nel momento in cui, se accetterai, mi farai vedere prima, immagino, gli studi e i bozzetti, e poi i quadri. Perché io ne possa infine scrivere, per mettere qualche parola anche sulla tua pittura che nascerà.”
E in effetti, è andata così. Matteo Massagrande ha accettato di fare pittura sul Canto dolente d’amore (l’ultimo giorno di Van Gogh) e ha scelto liberamente − senza farmene parte come gli avevo chiesto − le scene che più l’hanno coinvolto. Le ha scelte e le ho trovate adesso davanti a me, come un filo di perle al quale se ne aggiunga una all’altra nel trascorrere dei giorni e delle settimane. Le ha scelte e le ha fatte diventare qualcosa di suo, le ha calate nel mondo suo proprio, ed era esattamente quello che avevo sperato, che avevo desiderato accadesse. Che lui potesse creare immagini che nascevano sì dalla mia parola, ma ugualmente avessero una loro precisione e una loro assolutezza indipendente dalle mie frasi. Fossero, insomma, i suoi quadri e non altro. Non soltanto una conseguenza, ma molto di più un’appartenenza al mondo dei fenomeni dello spirito e dei sentimenti. E così è stato. Ne sono felice. Perché è così bello scoprire che qualcuno sia stato capace di riconoscere i tuoi sentimenti e li abbia fatti diventare anche suoi, senza forzature, in questo caso dipingendo. In nome e per conto del pittore Vincent van Gogh.
Così c’è una parola che sale con forza, eppure con dolcezza, alla mia bocca guardando i sette quadri, e prima gli oltre venti studi, che Matteo Massagrande ha dedicato al Canto dolente d’amore: intimità. Qualcosa che ha a che fare nello stesso momento con il mondo delle stanze e con il mondo dell’universo. Con il tempo che scorre nelle stanze e con il tempo che avvolge il cosmo e lo dilata fino all’estremo, e a noi sconosciuto, illimite. Sia che dipinga una figura di spalle che osserva le stanze vuote della casa, sia che dipinga una notte stellata che si vede da un’elevazione di piccole montagne, sia che dipinga un letto e al di là dei vetri la neve, sia che dipinga lo slanciarsi di betulle nella luce attaccata al cuore di un pomeriggio invernale, Massagrande parla, nella sua lingua silenziosa, dell’intimità dell’anima. Per lui non conta più l’interno o l’esterno, non conta una stanza o la natura, perché sempre i suoi colori nominano l’essere più profondo, ciò che sale in superficie e si manifesta come un assoluto. Ma lo fa per la via sospesa, e tuttavia solenne, della poesia.
Sono, queste, immagini insieme prive di tempo e però calate nel tempo. Ne fanno parte perché fanno parte della vita, ma sono ugualmente il destino del per sempre. La pittura di Matteo Massagrande, con le sue profonde sottigliezze ne accompagna l’esistenza, la manifestazione, il dissolversi in certe nebbie che abbiamo conosciuto da bambini. Su un campo o sulla riva di un fiume, nell’ora dell’alba o della sera che odora ed è uno struggimento senza fine. Si guardano insieme questi quadri, perché sono stazioni alle quali ci siamo tutti avvicinati e dalle quali siamo tutti partiti. Non uno è più importante di un altro, perché stanno davanti agli occhi come un profumo che sale, un silenzio che viene, una musica che si ode da lontano, che non si percepisce del tutto ma si sente che c’è e si spande nell’aria. E questo reca conforto, perché il mondo è ancora bellezza ed è meraviglioso sapere che ci sono pittori che questa bellezza segreta la sanno dire, la sanno raccontare. Per farne un canto. D’amore e di nostalgia.
Massagrande ha dipinto il pavimento in fiore di una vecchia casa come fossero onde e schiuma sul mare. Con la stessa forza d’intimità segreta ha dipinto il cielo fatto di pietre preziose e silenzio. Ha lasciato che il bianco di lenzuola sgualcite si facesse bianco della neve al di là del vetro, e che quella incrinatura di spazi si riflettesse nel rosso di papaveri di un campo lontano. Ha lasciato che la pittura accadesse in lui come un fatto naturale, come un respiro cadenzato e lento, perché è sempre così quando si ricorda. Ha lasciato che il ritmo del respiro fosse il ritmo stesso della pittura. Ha dipinto respirando, e talvolta chiudendo gli occhi. Non gliel’ho mai chiesto, e non glielo chiederò mai, ma io credo sia andata così. Dipingere chiudendo gli occhi. Per vedere meglio.

(dal catalogo della mostra Canto dolente d’amore. L’ultimo giorno di Van Gogh)