Domande a Marco Goldin, curatore della mostra
Ci racconti qualcosa del tuo quadro preferito in questa mostra? Intanto, qual è?
Mica facile la scelta! E’ una mostra di veri capolavori, il sottotitolo dice la verità. Però se alla fine una scelta la devo proprio fare, vado lì dove batte forte il mio cuore, vado al paesaggio. Come sai ho scritto tanto, e fatte tante mostre, su questo tema, che mi affascina e mi lega da sempre. Fin da quando andavo da ragazzo a scoprire gli scorci dei paesaggi delle Prealpi venete che poi trovavo nelle pale di Bellini, Tiziano o Giorgione. Questa forte tensione che provo verso la natura scatena in me sempre nuove emozioni.
Claude Monet
Campo di papaveri vicino a Givency, 1885
olio su tela, cm 65,1 x 81,3
Boston, Museum of Fine Arts
Juliana Cheney Edwards Collection
Sì, ho capito, ma ci vuoi dire qual è questo quadro preferito nella mostra di Rimini?
E’ un quadro di Monet, un campo di papaveri dipinto attorno a Giverny nel 1885. Sono dieci anni che inseguo il prestito di questo quadro! Il museo di Boston, con cui peraltro ho rapporti di cordialissima amicizia, per un motivo o per l’altro non me l’aveva mai concesso. Monet è per me l’essenza del nuovo paesaggio a fine Ottocento, colui che inventa un modo inedito di guardare la natura. Non solo la guarda, ma la accarezza con lo sguardo e la ama tutta, ogni centimetro della sua pelle meravigliosa. Ma fa anche qualcosa di più: entra nella profondità della natura, lasciando che l’occhio ne sia non solo pervaso ma anche completamente catturato. E’ insomma un’esperienza totalizzante quella che Monet fa nella natura.
E poi Giverny è il suo luogo magico vero?
Già, è proprio così. Giverny, alla confluenza tra la Senna e un suo affluente, l’Epte, diventerà il luogo da tutti ricordato per il poema delle ninfee. Ma prima che Monet si chiuda in quella sorta di paradiso terrestre, saranno le lunghe passeggiate con la cassetta dei colori, il cavalletto e la tela a ispirarlo al di fuori della sua tenuta. I campi di papaveri, i pioppi, i covoni nella luce invernale o primaverile, tutto confluirà verso quella visione eminentemente partecipata che è il frutto maturo dell’attività di Monet.
Cosa intendi dunque per visione partecipata?
Voglio dire che Monet non si accontenta di vedere da lontano. Lui annulla la visione scenografica che viene dai secoli precedenti ed entra come un insetto goloso dentro la vegetazione. Cancella i confini e fa diventare lo spazio, tempo. Per questo mi piace così tanto la sua pittura, che ha inventato la modernità del paesaggio.
intervista a cura di Francesca Buran